Laura Mazzeri Commonplace Book

Per iniziare, parto dalla fine

L’uomo che ha solo il senso dei fatti vede una sola versione: è andata così, non poteva che andare così, non poteva andare altrimenti. L’uomo che ha il senso della possibilità dice: è andata così ma poteva andare in tanti altri modi diversi, tutto potrebbe egualmente accadere. Gli uomini che hanno il senso della possibilità possiedono un fuoco divino, uno slancio, un utopismo consapevole che non li fa arretrare di fronte alla realtà, ma che anzi permette loro di affrontarla come un compito e un’invenzione.

Aldo Giorgio Gargani

Per iniziare il compito (quasi) impossibile di parlare di Cura, di poterla pensare e sentire nella mia/nostra vita, comincio dalla fine, ossia da quelle ultime frasi che il filosofo Aldo Giulio Gargani ha scritto in un piccolo libro di gran peso, insieme con Gianluca Bocchi, filosofo della scienza, esperto di epistemologia della complessità. Il libro in questione - 48 paginette di enorme portanza - si intitola “La filosofia della cura” e fa parte della collana Incontri, Asmepa Edizioni. In effetti in questa collana troviamo la trascrizione di incontri a tema, di fatto avvenuti a partire dal 2007, e poi pubblicati, per iniziativa dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa. Non a caso ci troviamo al cospetto di un ente che si occupa di cultura e pratiche della fine, perché è sempre alla fine che si ripensa all’inizio, che si cerca il senso. Gargani parla della cura di se stessi come tema fondante che appartiene alla storia dell’umanità, una “Tensione che serpeggia da Socrate e Platone fino a Wittgenstein, il quale, in una lettera al filosofo inglese Bertrand Russell, scritta intorno al 1920, diceva: «Tu penserai che sia una perdita di tempo questo almanaccare su me stesso e sui miei problemi interiori, ma come faccio a essere un logico se non sono ancora un uomo?»
Come spesso accade le domande sono molto più interessanti delle risposte che ne possono derivare e, infatti, nelle parole di Russell troviamo l’interrogativo sul senso stesso del nostro stare al mondo, dell’essere in vita. Si pone anche la questione di come una ricerca sincera e autentica su se stessi sia basilare rispetto a qualsiasi altra conoscenza e competenza, e che tale ricerca ne costituisca addirittura l’imprescindibile premessa. La cura di sé intesa come conoscenza della nostra natura più profonda e dei pensieri che ci attraversano, rappresenta, a mio parere, quella tensione continua al miglioramento, tensione e direzione senza le quali non possiamo neppure prenderci cura degli altri. Senza le quali non si produce conoscenza utile all’essere umano e all’ambiente in cui la vita si manifesta. Postura che vale anche nel campo del pensiero scientifico, sia in quello teorico, sia in quello applicativo (come la medicina), tanto che - ci ricorda Gargani - lo stesso Einstein, rispondendo alla domanda di un collega, sosteneva che i fisici americani fossero «estremamente bravi e dotati, però privi di quello che è un presupposto fondamentale per fare una buona teoria fisica: l’empatia. Trattare la natura non come un oggetto di manipolazione ma come un partner, cercando di consentire con essa, di intuirla».
I grandi filosofi e i grandi scienziati non prescindono mai dalla domanda sulla natura dell’essere umano, sul dilemma costituito dal continuo contrasto tra accrescimento del bene nella Cura (di sé, degli altri, dell’ambiente) e natura predatoria dell’uomo, con tendenza alla sopraffazione che si manifesta in modo quasi sempre distruttivo. In sostanza, ponendomi il compito di indagare i territori della Cura, io stessa - che non sono né una filosofa, né una scienziata, ma solo un essere umano pensante - non posso esimermi dal provare inquietudine di fronte alla natura umana, di fronte contrasto tra costruzione e distruzione; mi trovo quasi disarmata ed è proprio per questo motivo che, all’inizio, parlavo di un compito quasi impossibile. Dentro il territorio medico, dove si esplica la Cura del corpo-mente, (che è l’orizzonte di senso in cui mi muovo come “Paziente Esperto”) si è consapevoli, mi chiedo, di quel dilemma originario che attraversa l’umanità, da Socrate in poi - come ci ha ricordato Gargani poc’anzi? Siamo consapevoli di cosa comporti essere portatori/riceventi di terapie e di cure in termini di benessere del singolo essere umano e della collettività? Ne sono consapevoli i politici, le istituzioni, i cittadini, gli scienziati, i medici, e tutti coloro che hanno tra le mani la vita umana? L’impressione è che il compito curativo e riparativo della medicina contemporanea, nei luoghi in cui essa si esplica, sia oggi in grave carenza di riflessione - ex ante e in itinere - intorno al senso dell’agire, intorno agli obiettivi stessi della cura, su come tali obiettivi si possano conseguire, a vantaggio di chi, con quali risorse e a quale prezzo, e se si promuova davvero il benessere, inteso nel suo senso più profondo, individuale e collettivo. I cosiddetti operatori della salute, mi chiedo, si interrogano profondamente sul proprio stesso benessere, sulla cura di sé, sul ruolo che esercitano all’interno della comunità e sulle finalità per il quale lo esercitano? L’ulteriore impressione è che gli interrogativi posti siano oggi più presenti, paradossalmente, in coloro che si occupano di fine vita, di cure palliative, di contrasto all’accanimento terapeutico. Oppure che la questione sia relegata al settore della salute mentale (psichiatri, psicologi, psicoterapeuti) come se il corpo, invece, appartenesse ad altro, ad altri. Noi pazienti avvertiamo e viviamo sulla pelle, dentro la carne e nella mente, gli effetti di questa fase storica in cui le domande sul senso di ciò che si cura e di come lo si cura sembrano essersi polverizzate e disperse. Come sembra essersi desertificata la capacità di assumerci - tutti - la responsabilità del benessere, proprio e altrui. Ci sentiamo soli, non visti, seppure pieni di terapie e di dispositivi ipertecnologici. Siamo cyborg. La Cura non può risolversi in un atto di pura competenza tecnica, occorre anche, e primariamente, interrogarsi sull’essere umano, sulla sua dignità di persona e sul suo essere parte di contesto relazionale, sociale, ambientale.
Per quanto scritto, per tutti gli atti di cura offerti e ricevuti, per gli atti di cura disertati, per lo sguardo che sempre necessita di essere rivolto a sé stessi e agli altri con delicata attenzione, per quel continuo e ininterrotto agire nella e con la cura che ci necessita per stare nella vita, desidero proseguire questa ricerca personale (quasi) impossibile. Un passo alla volta, un pensiero dopo l’altro, piano, con delicatezza, con estrema Cura.

Laura Mazzeri

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