Scrivendo la notazione dell’ottobre scorso sulla medicina di genere specifica, non potevo immaginare che la mia errabonda curiosità mi avrebbe portato alle origini stesse dell’impronta femminile nella cura degli esseri umani, traccia difficile da recuperare perché troppo spesso inabissata nel “silenzio della storia” in cui sono state sommerse, da sempre, le opere provenienti dall’ingegno delle donne.
Ho percorso un cammino a ritroso incalzata da una domanda centrale: dove sono finiti i pensieri e le opere che le donne hanno prodotto nel lavoro di cura e a favore dello sviluppo stesso della medicina? È la stessa questione che erompe in altri campi del sapere come le scienze, la musica, la letteratura e le arti in generale, poiché le donne, in ognuno di questi ambiti, si son dovute muovere come ombre, ai margini, dentro segrete stanze o reconditi luoghi.
L’intento è quello di cercare - per quanto possibile - il filo d’oro che unisce i saperi femminili concorrenti alla formazione della cultura medica, andando a recuperare indizi e tracce sopravvissuti alle diverse prevaricazioni che, nei secoli, si sono abbattute sulle donne pensanti e operanti, sia in forme atroci quali la persecuzione delle cosiddette streghe e le forzate segregazioni monastiche e manicomiali, sia in quelle forme apparentemente meno violente, ma altrettanto deleterie, che hanno silenziato milioni di donne nel corso della storia, donne le cui nascoste ma potenti voci sono da rintracciare in quei pertugi della storia dentro i quali hanno potuto agire, nel cono d’ombra del potere patriarcale, in quelle faglie del potere in cui talvolta gli uomini stessi (pochi) si sono elevati a garanti e protettori di donne geniali, a condizione che restassero un po’ discoste, al servizio, oppure in forme di collaborazione quasi sempre tradottesi in vere e proprie predazioni del pensiero muliebre. Gli esempi sono innumerevoli e ognuno, in base ai propri interessi, può trovarne in quantità in ogni ambito del sapere.
Donne e cura, donne e cultura medica. Per portare alla luce le loro storie ci è voluta la volontà esplicita di studiose che, come archeologhe, hanno pazientemente dissotterrato tracce e reperti nella periferia della Storia: le fonti sono poche, spesso indirette e tutte frammentarie ma é necessario partire proprio da quel poco che abbiamo, se vogliamo rendere loro onore; occorre partire dalla realtà tangibile delle opere e del loro agire, per quanto faticoso e difficile sia accedervi.
Stavo per iniziare questo articolo in senso diligentemente cronologico, partendo dalle origini mitologiche di Potnia, le dea madre mediterranea, rintracciabile fin dal Paleolitico. Poi mi sono inceppata perché la mente umana (e sicuramente non la mia in particolare) non è adatta alla cronologia ma, piuttosto, a relazioni e collegamenti complessi che, in ogni momento, possono far deviare, arricchendolo, il continuum temporale lineare.
Il fatto é che sono incorsa in un incontro fatale. Fatemi raccontare com’è andata.
Stavo leggendo Medichesse, di Erika Maderna, studiosa specializzata in archeologia classica, libro pubblicato nel 2022 da Aboca in una elegante edizione illustrata, ed ero arrivata al capitolo conclusivo dedicato alle donne alchimiste, di cui riporto l’incipit:
Il percorso fin qui tracciato ha svelato un universo culturale variegato, nel quale i valori della cura hanno accompagnato la determinazione di tante donne che hanno sfidato un sistema sociale ostile ai talenti femminili. Una sfida accettata non soltanto da tutte le eccezionali figure a cui è stata data voce nei capitoli precedenti, ma soprattutto da quella composita schiera, anonima e silenziosa, che rimane per noi avvolta nel silenzio della storia. Più manifesto e riconoscibile, per le ragioni che ora vedremo, é invece l’apporto offerto da alcune donne allo studio e alla pratica dell’alchimia, l’espressione forse più raffinata e dotta del contributo femminile al sapere scientifico, che ancora una volta pone al centro una conoscenza profonda della natura e delle sue risorse. Ecco perché certe fasi dell’opera alchemica sono state definite “opus mulierum”, un “lavoro da donne”, e perché alcune figure femminili hanno goduto del privilegio si essere annoverate tra gli illustri fondatori dell’arte.
Alchimia é parola altamente polisemica, collegata strettamente a luoghi, culture e a una vasta gamma di pratiche e di teorie. Mi sono persa, lo confesso, nei meandri dei più aggiornati studi in proposito. Un consiglio per chi fosse interessato: non provate le facili ricerche internet e AI, crogiuoli di vere prese per i fondelli rivolte a lettori ingenui, frettolosi e mal accorti. In questo ambito la rete è zeppa di deliri esoterici, storie fasulle e scemenze di ogni tipo.
L’alchimia è stata una ricca e ampia produzione culturale, orale e scritta, e un insieme di prassi assai complesse di fronte alle quali nessuna semplificazione può valere.
Per i più curiosi consiglio il testo “Arcana sapienza” di Michela Pereira, ordinaria di Storia della filosofia Medievale presso l’Universitá di Siena, accertandosi di accedere alla Nuova Edizione, riscritta a vent’anni di distanza dalla prima per dar conto di nuovi approcci storiografici, ritrovamenti e continue prospettive che man mano si aprono in seguito allo sviluppo di studi accurati. Una prova, quella di Michela Pereira, di rara onestà intellettuale unita a duro e approfondito lavoro.
Raccomando anche fortemente un altro testo incontrato di recente: Meredith K. Ray, Figlie dell’alchimia. Donne e cultura scientifica nell’Italia della prima età moderna, Edizioni di Storia e Letteratura, 2022, interessantissimo e dotto sguardo della studiosa americana attratta dalla storia rinascimentale.
Dunque, mi sono immersa nei meandri di quelle letture tanto da sentirmi, a un certo punto, come dicevo, irrimediabilmente persa: le note bibliografiche di ciascun testo mi aprivano la possibilità di sempre nuovi approfondimenti, in un percorso quasi senza fine, foce fluviale ramificata ricca di materiali, acque, reperti, sedimenti.
In quel momento é avvenuto l’ incontro fatale, locuzione che scelgo nel suo significato più profondo: un incontro che porta con sé un senso di destino, di trasmutazione, di necessità e di ricominciamento; un incontro che mi ha rimesso in asse, mi ha riportata al centro. È proprio di questi percorsi individuali di ricerca che desidero scrivere qui, nella più classica delle pratiche commonplacing: segnare, scrivere, non disperdere i sentieri dei propri interessi, curiosità, ragionamenti e passioni. Una pratica quanto mai necessaria, almeno per me, per continuare a tracciare una via personale dentro il caos che sembra oggi travolgerci.
Ero seduta sul divano, proprio qui dove sto scrivendo ora, in quell’ora crepuscolare che sempre mi procura emozioni diverse, talvolta di calma serenità, talaltra di incalzanti inquietudini. Scorrendo gli avvisi sugli eventi milanesi leggo la presentazione della mostra Le alchimiste, di Anselm Kiefer, il grande pittore-scultore tedesco che ha scelto la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, qui a Milano, per installare le sue gigantesche tele verticali frutto di un anno di lavoro pratico in uno dei suoi sconfinati laboratori artistici (alchemici!) e di lunghi anni di studio storico, artistico e filosofico sulle donne alchimiste.
Le Alchimiste di Kiefer mi hanno chiamata, le ho incontrate quattro volte nell’arco di due mesi, da sola e in compagnia, e sento che i miei pellegrinaggi non sono ancora terminati. Non aprirò qui un discorso sull’estetica di Kiefer, chiunque sia interessato può leggere il suo meraviglioso libro “ L’arte sopravviverà alle sue rovine” (si trova nel bookshop della mostra e in varie librerie) con la traduzione di Elena Borca, edito da Feltrinelli nella collana Campi del Sapere, libro che raccoglie le mirabili lezioni tenute da Kiefer presso il Collège de France tra il 2010 e il 2011, un contributo di alto profilo culturale in vari campi del sapere tra i quali, ovviamente, argomenti nodali dell’arte contemporanea.
Le alchimiste mi hanno chiamata e io sono accorsa. Entrando nella Sala delle Cariatidi, il cui spazio è stato interamente assimilato e trasformato dalla compenetrazione con le tele stesse, giganti di quasi sei metri d’altezza, ecco, entrando, dicevo, prima ancora di vedere, ho sentito l’odore della materia compositiva. Un sentore di colori a olio, trementina, materiali vegetali e minereali lavorati e trasformati. Sono stata colta di sorpresa, assalita, attratta, trafitta, provocata, inondata di gioia e di dolore al tempo stesso, ossia l’intera gamma dei movimenti mentali e psichici che la grande arte riesce a disotterrare finanche dai segreti dell’inconscio: all’inizio siamo in un modo, dopo l’incontro prende avvio un processo senza fine, una trasformazione, vera e propria alchimia interiore.
E così, adesso, dopo due mesi di movimenti tra i molti libri e le grandi tele (misurano tutte 5,80 x 2,80 metri) ho scelto i profili di donna di cui raccontare. Mi sono messa lì, di fronte a ognuna di loro, a una a una, in assoluto silenzio, in distacco totale dalle distrazioni circostanti, e ho scritto i loro nomi su un quaderno. Oggi scrivo della prima, in realtà l’ultima ad avermi attratto nel peregrinare fra le tele, ma che ha acquisito un posto speciale nel mio interesse per la sua collocazione in un luogo e in un tempo preciso della cultura rinascimentale italiana.
Camilla Erculiani, la speziale.
(Seconda metà del ‘500)
Ansel Kiefer rappresenta la nota alchimista, naturalista e filosofa, utilizzando: emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, collage di tela su tela. La donna è resa come forma scura con sfumature verderame, profilata d’oro, su un pannello dorato con una scia verticale ascendente sulla quale si intrecciano i colori del corpo di lei che si libra nello spazio, in forma femminile androgina, o meglio, un essere umano compiuto in se stesso, rappresentazione della coniunctio oppositorum, risultato ultimo e perfetto dell’opus alchemica. Le alchimiste di Kiefer hanno linee morbide, sguardi, volti appena tratteggiati, corpi femminili in una sorta di indistinzione sessuata, come linea di superamento della separazione dei generi.
Il risultato della manipolazione dei vari materiali è quello di una composizione magmatica e in rilievo, con colori che riprendono quelli delle sostanze utilizzate dagli alchimisti (zolfo, mercurio, oro, argento, rame, stagno, piombo ecc) e pare di entrare nei più reconditi segreti minerali e vegetali dove i corpi delle alchimiste si amalgamano a tal punto da fondersi con essi.
Chi era Camilla Erculiani? Per conoscerla, almeno in parte, occorre percorrere con pazienza quei libri interessantissimi a cui prima accennavo.
Storicamente la Erculiani operò in una spezieria di Padova senza averne titolo, poiché alle donne era impedito di studiare e di accedere quindi alle corporazioni. Sposò in seconde nozze Giacomo Erculiani che, alla morte del primo marito di lei, subentrò come titolare della celebre spezieria “Alle tre stelle” situata nei pressi della università padovana e lì Camilla Erculiani operò a sua volta come “speciala” come lei stessa si autodefiniva, anche se non riconosciuta a livello ufficiale.
Per conferire contesto storico riporto uno stralcio dal testo di Meredith Ray
Nel Cinquecento, infatti, Padova era un centro importantissimo di cultura medica e scientifica, con una vivace comunità di studenti, studiosi, scienziati e filosofi. Fornita di uno fra i primi giardini botanici, fondato per decreto dalla repubblica veneziana nel 1545, Padova attirava un gran numero di visitatori, compresi personaggi di spicco. Basti ricordare Andrea Vasalio - docente di anatomia all’università padovana, celebre per le sue innovative tesi sul corpo umano - e, tra i suoi colleghi presso il medesimo ateneo, Cesare Cremonini e Galileo Galilei. È assai probabile [grassetto mio, ndr] che Erculiani, legata com’era alla spezieria Tre Stelle, interagisse con molti dottori e filosofi che si trovavano a passare in quella città o a risiedervi per qualche tempo. (…) nella prima età moderna la farmacia svolgeva, dal punto di vista sociale, la funzione di ‘ritrovo’ o addirittura, in alcuni casi, di ‘rifugio’: un luogo dove scambiarsi notizie e - soprattutto in Veneto - una fucina di dissenso religioso.
Camilla Erculiani esercitava quindi la sua professione all’interno di un contesto urbano ricco di stimoli intellettuali e di scambi di idee, un ambiente colto, stimolante, internazionale. Inoltre poteva attingere a una larga messe di testi filosofici resi disponibili - per lei che, in quanto donna, non poteva accedere alla cultura dotta in latino degli atenei - dai cosiddetti volgarizzatori: nella seconda metà del Cinquecento circolavano elaborazioni in volgare tratti dalla filosofia naturale aristotelica, nonché opuscoli e trattati dei novatores anti aristotelici quali Girolamo Cardano, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, promotori di un naturalismo empirista che ben si confaceva all’ambiente culturale padovano.
“È assai probabile” scrive Ray (come vediamo nel testo riportato sopra) a proposito delle frequentazioni di Erculiani, non una certezza, quindi, e il motivo é semplice: le donne alchimiste, speziale, medichesse, praticanti forme di medicina empirica, non lasciavano frequentemente testi scritti. La cultura naturalistica e nello stesso tempo altamente spirituale (in senso spesso non conforme ai canoni religiosi), di queste donne operose fin da tempi remoti in Europa, veniva trasmessa in forma orale e attraverso pratiche in luoghi nascosti e protetti, quali gli orti botanici dei conventi femminili e delle comunità beghinali (i beghinaggi).
Questa lunga tradizione silente, svolta sotto la tutela e il controllo delle autorità religiose, andò via via sviluppandosi in forme più autonome attraverso piccole comunità di donne che si davano regole proprie e più libere, ove possibile, destando spesso sospetto e ripudio sociale a un livello così esasperato da determinare forme di persecuzione a opera dell’inquisizione. Il rischio dell’accusa di stregoneria o di eresia, come vedremo in prossime notazioni, era una un rischio talmente alto che la segretezza diventò regola necessaria, alimentando ancor più, in un circolo vizioso, i rischi di accuse e persecuzioni.
All’epoca di Camilla Erculiani erano però in divenire diversi cambiamenti. Nel corso del Cinquecento la diffusione della stampa portò a un fermento culturale rapido e diffuso in tutta Europa. Riforma e Controriforma si davano battaglia in campo religioso, mentre il pensiero scientifico e filosofico conoscevano una nuova stagione piena di fermento, come abbiamo visto nella città di Padova e, in particolare, nella spezieria Tre Stelle dei coniugi Erculiani.
Camilla ebbe sette figli, non si separò mai dalla sua identità di moglie, ma compì una rivoluzione che solo poche altre ebbero a osare: scrisse un trattato, firmato a suo nome, che andò in stampa nel 1584. Il frontespizio è, a tutti gli effetti, un’affermazione di dignità e di autoaffermazione:
LETTERE DI PHILOSOPHIA NATURALE, DI CAMILLA HERCULIANA, SPECIALA alle tre stelle in Padoua, indirizzate alla Serenissima Regina di Polonia
Il testo fu stampato a Cracovia nel 1584, sotto forma di quattro lettere filosofiche indirizzate a sapienti dell'epoca; il libro è dedicato a Anna Jagellona, Regina di Polonia, celebre per il suo sostegno rivolto all'educazione e formazione scientifica delle donne. Perché la Regina di Polonia? Ancora uno stralcio dal libro della Ray:
Pur non potendo vantare la fama di Elisabetta d'Inghilterra oppure Cristina di Svezia, Anna Jagellona - mecenate di Erculiani - era comunque una donna di spicco. Insieme al marito, Stephen Báthory (1523-1596), governava il vasto Stato polacco-lituano, all'epoca il terzo più grande dell'Eurasia dopo la Moscovia e la Turchia e proprio in quegli anni all'apice della sua potenza. I forti legami culturali con l'Italia (e Padova in particolare) rappresentano solo uno dei segni che attestano il notevole sviluppo in chiave umanistica vissuto dalla cultura polacca. (...) In Anna Jagellona, Erculiani poteva trovare una potente mecenate con salde radici italiane: Anna era infatti milanese per parte di madre in quanto figlia di Bona Sforza, andata in sposa a re Zygmunt I (Sigismondo il Vecchio) nel 1518.
Non analizzerò qui il testo in questione, basti sapere che l'intento chiaramente espresso da Camilla è quello di mostrare come la mente femminile possa indagare la materia filosofica e scientifica in modo non certamente inferiore a quella maschile. L'intento entra a pieno titolo nella querelle del femmes, il dibattito cinquecentesco sulla capacità intellettuale delle donne.
Erculiani perora la causa dell'ingresso delle donne, a pieno titolo, in ogni campo del sapere.
È grazie alla studiosa Eleonora Carinci che oggi disponiamo di un'edizione moderna del libro della Erculiani, curato anche in una edizione inglese. Per un approfondimento interessante sulla querelle del femmes, si può consultare liberamente un documento (atti convegno) della Università Ca' Foscari di Venezia scritto da Carinci, dal titolo: Modelli, autorialità e donne illustri nella letteratura scientifica e filosofica italiana del Cinquecento: Maria Gondola e Camilla Erculiani. Grazie al lavoro di scavo e di ricerca delle studiose ricordate in questa notazione, possiamo oggi godere di quesro fondamentale testo, di cui esistono solo quattro copie originali della stamperia polacca. Un tesoro che emerge dal "silenzio della storia" con straordinaria forza: le donne, da allora, non si sono più nascoste, anche se la strada non è stata, e non è ancora, lineare.
Camilla Erculiani fu indagata e interrogata dall'Inquisizione, tra il 1585 e il 1588 a causa delle idee che promulgava nel suo libro. Il processo è documentato nel Consiliorum sive responsorum di Jacopo Menochio (1604). Secondo le ricerche di Eleonora Carinci, questo è l’unico caso noto nel Cinquecento di donna accusata di eresia per aver scritto un’opera di argomento scientifico. La strategia difensiva di Menochio è rivelatrice e paradossale: egli sosteneva che le parole di una donna, al pari di quelle di un pazzo o di un bambino, non andassero prese alla lettera, essendo effimere e poco fondate. La replica di Erculiani, invece, faceva leva sulla distinzione tra prospettiva filosofica e prospettiva teologica. Paradossalmente, fu proprio grazie alla difesa di Menochio, incentrata sulla inferiorità e inattendibilità delle donne, che Camilla Erculiani, molto probabilmente, sfuggì alla condanna.
Ma non tutte furono fortunate, considerate e protette come Camilla Erculiani. La storia arde nei roghi delle streghe.
Ci sono ancora tante storie da scoprire, tra le tele di Kiefer e nei libri di queste eccellenti studiose, indagatrici e archeologhe.
A presto
Laura Mazzeri