Laura Mazzeri Commonplace Book

Vita cronica e paradossi del desiderio

Il tema di questa notazione espone scrivente e lettore a una radicalità del pensiero che non può essere ignorata. Che rapporto c’è tra la vita cronica e l’espressione del desiderio? Come si può rendere vitale la vita e desiderante il desiderio dentro un’esistenza sotto assedio terapeutico?

Mi aggancio a un’esperienza recente. È accaduto ancora, come innumerevoli altre volte in cui la piena realizzazione di un desiderio, che si fa progetto concreto, viene decapitata dagli impedimenti della condizione cronica.

È andata così. A metà gennaio ho partecipato al primo workshop di un pregevole corso di polifonia rinascimentale con studio delle fonti antiche. Due magnifiche giornate presso la Casa della Musica di Parma con piacevoli persone e un’insegnante di rara competenza: Silvia Perucchetti. Un contesto di studio e di canto che mi ha procurato grande soddisfazione e profonda gioia.

La sede del workshop è risultata molto confortevole, l’albergo scelto altrettanto. Tutto comodo e a portata di breve passeggiata nel bellissimo centro storico. Avevo preso le mie precauzioni per non stancarmi troppo: una notte in più in albergo, bagaglio leggero per non sottoporre l’addome - martoriato da ventennali e plurime chirurgie - a strappi, scossoni, sollevamento di pesi.

Attenzioni e cautele che, già di per sé, rendendosi necessarie, pregiudicano “ex ante” parte del piacere dell’esperienza. Ogni persona disabile lo sa e lo vive: c’è sempre un ostacolo da “addomesticare” se si vuole partecipare pienamente alla vita e rendere onore ai propri desideri. Sono abituata a questa menomazione emotiva che si accompagna a quella fisica. In più si aggiungono le falle di un Paese come il nostro dove la facilitazione volta all’autonomia dei disabili è recente e mal governata: in ogni stazione ferroviaria incappo in una scala mobile momentaneamente fuori uso oppure (come a Parma) in un ascensore che porta ai binari 4 e 5 ma non al binario 3!

Le due giornate intensive, che così tanta felicità mi hanno procurato, si sono dunque rovesciate in un dolore di schiena sordo, intenso e totalmente invalidante che mi ha tormentato per tre settimane, trascinando con sé la rinuncia ad altre porzioni di esperienze musicali attese, nonché all’esercizio delle normali funzioni quotidiane.

È un pattern che si ripete da troppo tempo: raggiungo una certa competenza musicale, mi iscrivo a un corso, nazionale o internazionale, mi preparo, studio, pregusto il piacere dell’esperienza e poi - quasi sempre - l’esperienza crolla per gli impedimenti fisici. Questo stesso schema vale anche per altre esperienze: un viaggio, una camminata in montagna.

Non si tratta solo di frustrazione, è qualcosa di più profondo. Io, in quanto essere umano esistente dentro un Corpo Altamente Tecnologico (puoi leggere anche gli articoli precedenti), vivo un’esperienza paradossale: sono riammessa alla continuazione della vita grazie ai livelli eccelsi della tecnologia medico-chirurgica ma, contemporaneamente, entro nella dimensione di un’esistenza deprivata, ridotta, confinata dentro limiti invalicabili.
Dapprima, l’entusiasmo e la riconoscenza per la vita ritrovata, per quella stessa vita che si credeva perduta, gettano tutt’intono un alone di ingenua illusione: felici di vivere un altro po’ tendiamo a sottovalutare le conseguenze della restrizione del campo desiderante. È una reazione tipicamente umana: ogni volta che un problema grave viene superato ci si illude che sia risolto per sempre o, quantomeno, a lungo. Ci si accorge, nel tempo, che ogni intervento chirurgico crea conseguenze sull’assetto del corpo, così come i farmaci determinano un lento declino della funzionalità degli organi preposti allo smaltimento degli effetti teratogeni dei farmaci stessi.

La consunzione del desiderio è un’esperienza comune; avviene anche per le normali e “fisiologiche” difficoltà della vita: stress lavorativi, insoddisfazioni amorose e relazionali, invecchiamento, condizionamenti sociali. Potremmo dire che la vita in se stessa è contraddistinta da una costante oscillazione tra soddisfazione e insoddisfazione.

Qui però mi riferisco a qualcosa di abissale. Come tenere vivo il desiderio nella vita cronica? Come fare i conti col paradosso di un corpo Salvato-e-Impedito al tempo stesso? Come tenere vivo e vitale il desiderio nella cornice dell’impedimento? Di fronte a una menomazione così grande della capacità desiderante in quali e quanti modi si può continuare a vivere?

Arriva, dunque, la domanda ontologica più radicale: come faccio a continuare a essere una persona che desidera, quando so già che il desiderio é destinato a rimanere insoddisfatto?

Lacan sostiene che il desiderio è ciò che resta insoddisfatto sempre, anche quando un bisogno lo è. È interessante, ci dice che un bisogno è un aspetto parziale del nostro desiderio. Se dico “ho sete” e qualcuno mi porge l’acqua, il bisogno, in senso biologico, é soddisfatto. Eppure anche la semplice domanda, la richiesta implicita di aver soddisfatta la sete, ci parla di un’eccedenza rispetto al puro bisogno fisiologico: è il desiderio di essere visti, accolti, desiderati, di essere qualcuno per l’Altro. L’eccedenza è il desiderio che rimane sempre insoddisfatto.

Il desiderio, inoltre, non è mai solitario. È sempre in relazione con l’Altro.

Quando la cronicità mi impedisce di partecipare, non mi toglie solo un oggetto, mi toglie anche la possibilità di essere nel circuito del desiderio condiviso.

Il desiderio del workshop, per esempio, non è solo mio desiderio privato di cantare, è il desiderio di essere dentro quella rete di desideri condivisi che costituisce la comunità musicale. La cronicità mi espelle da questo circuito relazionale del desiderio. Quindi ne soffro come di una privazione radicale, mi getta nel vuoto di un abisso.

Posso provare a trovare un senso cercando di stare dentro il paradosso radicale del desiderio impedito? Probabilmente questo é il compito che sono sospinta a svolgere. La morte anticipatoria del desiderio progettuale non é una soluzione. Non é neppure credibile la fiducia vana in una situazione fisica migliore. Occorre dunque che io cerchi una postura quanto mai difficile: mantenere vivo il desiderio dentro l’impossibilità di soddisfarlo. Una resistenza, nonostante tutto.
Una posizione "politica": quando quasi tutto viene impedito io desidero ancora e ancora e ancora.

Click sul logo per l’home page

Click sul simbolo email per scrivermi

Laura Mazzeri

Corpi Altamente Tecnologici (Prima parte)

A sedici anni dal trapianto di fegato (e di altri interventi high tech) penso e mi arrovello intorno a un nodo centrale: chi sono Io? Di chi è il mio “corpo iper moderno” altamente medicalizzato? Mi appartiene? Rispondere è faccenda complessa…

Pensieri ramificati di inter-sezione

Quel che vado a scrivere si presta, curiosamente, a essere tri-classificato. Sta sicuramente in Tracce (spunti personali), in Voce (riflessioni intorno al mondo della musica amatoriale) e anche in Cura per ciò che andrò mostrando: nessuna attività umana ha senso se non praticata con sensibile attenzione e cura …