Oggi, il giorno 22 aprile di sedici anni fa, sono stata trapiantata, salvata in extremis da morte certissima e imminente, ritornata in vita in poco più di sette ore di sala operatoria. Ore risolutive, taumaturgiche, a cui ero potuta arrivare grazie a una macchina medico-tecnologico-organizzativa complessa e perfettamente funzionante; un modello virtuoso di competenze umane e professionali talmente stupefacente nella sua efficacia da indurmi a chiedermi, successivamente, come mai tale modello non fosse mai stato preso a emblema, a esempio concreto di una possibile società virtuosa ove ognuno si adopera energicamente e sapientemente in collaborazione con altri per il conseguimento di uno scopo comune, un obiettivo chiaro e netto: salvare vite.
Sono viva grazie a questa micro società di individui in relazione cooperante senza mai dimenticare che, come ben esprime lo slogan della campagna spagnola di sensibilizzazione in favore della donazione degli organi, “sin donante no hay trasplante”. Anche la propensione alla donazione è frutto di una cultura ove l’individuo pensa e opera in relazione a una dimensione sociale di sé, come membro attivo di una comunità. Quando il senso della cittadinanza si riduce, quando la maggior parte delle persone interpreta il proprio destino nel mondo come mera consumazione, sic et simpliciter, dei propri bisogni individuali, come estensione illimitata del sé desiderante, ecco che una comunità “va a sbattere”: è notizia di questi giorni che le opposizioni alla donazione degli organi sono cresciute nel corso del 2023/24 all’atto del rinnovo della carta d’identità (invertendo una rotta in precedente crescita virtuosa), opposizioni che molto probabilmente derivano anche, tra le altre cose, dal trauma provocato dalla pandemia, uno sconvolgimento individuale e collettivo che a tutt’oggi rimane in assenza quasi totale di riflessione comune, uno choc che sembra aver provocato a posteriori una forma di frenesia del fare immediato e dell’emotività spicciola rispetto al pensare, al riflettere collettivamente e al nutrire sentimenti profondi.
Tornando all’argomento centrale di questa notazione vorrei proprio fissare lo sguardo sugli aspetti relativi al trauma che consegue l’essere sottoposti a interventi medici ipertecnologici. Voglio farlo proprio oggi, a 16 anni dal trapianto, giorno in cui viene spontanea (a noi trapiantati beneficiati dalla sorte) la propensione a esprimere riconoscenza e gioia, dentro una forma coatta inconscia di obbligo morale a perenne doppia gratitudine: verso il sistema sanitario e verso il donatore.
La domanda centrale è: sotto e dietro la coazione a ringraziare cosa c’è? Quali sono i nodi della vita fisica e psichica di coloro che hanno beneficiato di interventi medico-chirurgici high tech allo scopo di restare in vita?
È come se il privilegio di poter vivere ancora, procrastinando la morte, interdisse la capacità stessa di vedere i benefici E ANCHE le profonde difficoltà dell’identità che si viene ricostruendo dopo tali esperienze radicali. Un’interdizione che, come vedremo specialmente nelle successive notazioni, riguarda tutti gli attori della scena sanitaria: medici e curanti a vario titolo, ammalati e loro familiari.
È fuor di dubbio che la medicina contemporanea abbia consentito più vita a molti con una portata mai conosciuta nella storia dell’umanità. Parte di questo successo deriva dagli avanzamenti molto rapidi degli studi farmacologici, genetici e di sofisticate tecniche di ingegneria biomedica. Ma è altrettanto vero che tali procedure mediche si realizzano attraverso una inevitabile manipolazione dei corpi delle persone ammalate, le quali debbono pagare un prezzo all’ulteriore esistenza in vita: la cronicità, intesa proprio come una vita sotto costante osservazione e intrusione medica.
Siamo nel cuore di una trasformazione antropologica poiché la popolazione coinvolta in questa dinamica si accresce di anno in anno in termini assoluti.
Emerge una nuova figura dell’umano che richiederebbe - dunque - ulteriori strumenti di comprensione, strumenti innovativi proprio nel loro statuto ermeneutico, come lo sono i contributi dello psichiatra e psicoanalista Augusto Iossa Fasano, della psicoanalista Laura Porta, del filosofo Jean-Luc Nancy e dello storico della medicina Federico Perozziello, pensatori indispensabili nel delineare il nuovo profilo umano, e di cui scriverò nei prossimi articoli.
Noi, essere umani high tech, abbiamo bisogno urgente e inderogabile di capire chi siamo diventati, di essere visti e compresi nei disagi delle nostre nuove e scomode identità. Non ci apparteniamo più completamente. Siamo liberi di ri-vivere o, per meglio dire, di post-vivere ma siamo anche in ostaggio costante dell’apparato medico attraverso follow up, farmaci, nuovi interventi per risolvere successive problematiche, diete, riabilitazioni fisiche, supporti psicologici, cioè la moltiplicazione di atti terapeutici tesi alla preservazione di sistemi corporei diventati delicatissimi, quasi come un’opera d’arte.
Ecco che allora, con le successive riflessioni che presenterò in questo Commonplace, intendo onorare chi ha permesso il mio personale prolungamento della vita, in un diverso modo rispetto agli scontati debiti di gratitudine: desidero proporre un contributo alla riflessione sulla complessità della vita di tutti noi, individui high tech.
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Laura Mazzeri