Se non ci accontentiamo di ruminare la solita poltiglia stantia e semplicistica al fine di derubricare con poco sforzo questioni invece molto complesse, lo sguardo filosofico è sempre auspicabile. Ci aiuta a penetrare a fondo i problemi, a guardarli con forza e fermezza, ci invita a stare dentro il problema, a non fuggire, neppure mentalmente, da ciò che è difficile. Nel 1999 il filosofo Jean-Luc Nancy ricevette dalla rivista “Dédale” la richiesta di scrivere un articolo, o breve saggio, per un numero monotematico su “La venuta dello straniero”. Scrive Nancy:
Non sapevo bene che cosa fare. Avevo solo un’idea: insistere sull’estraneità dello straniero (invece di riassorbire tutto nella prossimità, nella fraternità, ecc.). Così ho cominciato a scrivere e subito, all’improvviso, ho cominciato a pensare che l’intruso fosse questo cuore dentro di me. Non so da dove mi sia venuta quest’idea. Per nove anni, avevo sempre evitato di scrivere sul trapianto (…) l’occasione per iniziare a scrivere doveva venire senza che io lo volessi, da fuori.
“Da fuori” e “senza che io lo volessi” scrive Nancy e non avrebbe potuto dirlo meglio, due dichiarazioni precise per marcare il movimento e il destino dello straniero che preme al confine per tramutare una possibile morte (per carestia, guerra, mancanza di prospettive) in vita (o sopravvivenza); così come il cuore trapiantato di Nancy, l’estraneo, l’intruso, l’altro da sé, varca i confini del corpo proprio per tramutarlo in un nuovo corpo vivente (o sopravvivente) che non cessa mai di essere se stesso e anche qualcos’altro, due identità immunologiche che convivono e confliggono, assimilandosi, ma mai del tutto, nella differenza.
Nasce così, sull’erompere di una urgenza a lungo sottaciuta e procrastinata, il breve saggio L’intruso, edito in Italia da Cronopio nel 2000, lo stesso anno, mi pare, della pubblicazione francese. Un piccolo immenso libro che consiglio di leggere e di tenere “a cuore”, esempio fulgido di sguardo profondo e non convenzionale, del tutto fuori da qualsiasi luogo comune, in una rara e virtuosa sinergia tra l’incessante lavoro del pensiero del filosofo Nancy e l’esperienza del corpo vissuto che quel pensiero incarna. Nelle successive ristampe, al saggio originale verrà poi aggiunto un post scriptum che raccoglie riflessioni redatte in tempi diversi - nel 2005, nel 2010 e nel 2017 - per mano dello stesso Nancy, e che apportano alcuni nuovi contenuti e, soprattutto, un tono che mostra una sempre maggiore metabolizzazione degli eventi. Vediamoli.
Il testo del 2000 è folgorante.
Io (chi, “io”? è proprio questo il problema, il vecchio problema: qual è questo soggetto dell’enunciazione sempre estraneo al soggetto del suo enunciato, di cui è per forza l’intruso, pur essendone per forza anche il motore, la leva o il cuore) io, dunque, ho ricevuto il cuore di un altro quasi dieci anni fa. Me l’hanno trapiantato. (…) Una contingenza personale si incrocia così con una contingenza della storia delle tecniche. Prima, sarei morto, dopo, sarei sopravvissuto in un altro modo. Ma l’ “io” si trova sempre rinchiuso in uno stretto spazio tra possibilità tecniche. Per questo è inutile il dibattito, a cui ho assistito, fra chi riteneva il trapianto un’avventura metafisica e chi lo considerava una prestazione tecnica: esso è evidentemente entrambe le cose, l’una nell’altra.
In poche righe Nancy riesce a collocare la sua personale vicenda nel più ampio contesto della visione storica e contestuale degli esseri umani: quello “spazio stretto” di possibilità tecniche in cui a ognuno di noi capita di vivere su questa Terra. Con tali possibilità ognuno di noi deve fare i conti in termini fisici (organici) mentali, psichici. Cosa vuol dire, per Nancy, sopravvivere con il cuore di un altro? Accettare l’intruso equivale a vivere con qualcosa che ti salva e che nello stesso tempo ti espone a rischio: il cuore dell’altro porta con sé un patrimonio genetico che confligge con quello del ricevente. Un organo “intruso” che verrebbe rigettato attraverso una tempesta immunitaria espulsiva se noi trapiantati non accettassimo di assumere a vita pesanti terapie chimiche che abbassano le difese immunitarie “proprie” di ciascuno.
Come non vedere in questa vicenda - che molti vorrebbero solo “tecnica” - una grande metafora della convivenza? Per esistere in rapporto con gli altri devo attenuare qualcosa di me, devo in qualche modo aprirmi e, nel contempo, addomesticare ciò che mi arriva “da fuori”. Non esiste una vita esclusivamente “propria”, siamo sempre anche il risultato di ciò che arriva da fuori, persino e a maggior ragione quando non lo vogliamo.
Nancy affronta in pagine memorabili il tema di un progresso tecnico che procrastina la morte a prezzo di una vita in bilico, con molteplici e possibili complicazioni. La vita/la morte. Ogni trapiantato è emblema di questa aporia.
Che strano io!
La questione non è che mi abbiano aperto, spalancato, per sostituirmi il cuore, ma che questa apertura non può essere richiusa (…) Io sono aperto chiuso. C’è in me un’apertura attraverso la quale passa un flusso incessante di estraneità: i farmaci immunosoppressori e gli altri che servono a combattere alcuni effetti detti secondari, le conseguenze inevitabili (come il deterioramento dei reni), i ripetuti controlli, tutta l’esistenza posta su un nuovo piano, trascinata da un luogo all’altro. La vita scannerizzata e riportata su molteplici registri ciascuno dei quali iscrive altre possibilità di morte.
E poi ancora, poco più avanti, in continuità con quanto descritto prima, Nancy arriva a un punto particolarmente intenso, nel quale si esplicita tutta la fatica ma anche l’estrema lucidità mentale del filosofo. Il suo trapianto lo espone a un continuo emergere di conseguenze collaterali dovute alle terapie anti rigetto che slatentizzano ospiti virali dormienti e altri fastidiosi accidenti, fino ad arrivare alla peggiore di tutte le possibili complicanze, il linfoma, evenienza rara ma purtroppo possibile. Nancy si sottopone alle complesse terapie andando incontro a periodi di sfinimento estremo senza mai perdere il lume della ragione, senza smarrire il vero amore per un pensiero riflessivo che lo porta Dentro ma anche Oltre il suo caso particolare.
È proprio in queste pagine che trovo la massima capacità esplicativa di Nancy, uno sguardo davvero crudo ma utile - necessario direi - per tutti coloro che si interrogano sul destino di una umanità sempre più tecnologica, anche sul piano corporeo.
Il mio cuore ha vent’anni meno di me e il resto del mio corpo ne ha (almeno) una dozzina di più. Ringiovanito e invecchiato nello stesso tempo, non ho più un’età propria e non ho più propriamente un’età. (…). Divento come un androide della fantascienza o piuttosto come un morto-vivente, come ha detto un giorno il mio ultimo figlio. Noi, io e tutti i miei simili sempre più numerosi, siamo in effetti l’inizio di una mutazione: l’uomo comincia a superare infinitamente l’uomo (…). Egli diviene ciò che è: il tecnico più terribile e inquietante, come Sofocle aveva previsto venticinque secoli fa, colui che snatura e rifà la natura, colui che ricrea la creazione, che la fa uscire dal niente. Colui che è capace dell’origine e della fine.
Nelle annotazioni del post scriptum (2005-2017) le parole si fanno più morbide a testimonianza del fatto che per tutti noi trapiantati, col passare degli anni, l’intruso diviene un po’ meno estraneo, il conflitto immunologico trova un assestamento attraverso il continuo e attento lavoro dei farmaci, dosati e ridosati al milligrammo in base alla risposta del corpo durante i ripetuti follow up ospedalieri (io, per esempio ne ho uno ogni 6/8 mesi, salvo imprevisti). Allora anche i pensieri si acquietano ma mai del tutto. L’estraneità ci pervade in modo ormai quasi connaturato (una nuova e diversa natura) siamo in qualche modo assuefatti alla percezione del molteplice. Scrive Nancy:
In effetti mi rendo sempre più conto che ci sono vari organismi: quello meccanico, quello chimico, quello nervoso, quello sensoriale, quello viscerale - almeno. L’intruso mi dà una percezione più fine di questo assemblaggio che è “me”. (…) Per il momento rimane l’idea che l’intrusione continua a impallidirsi: tutto è intrusivo in questo intreccio inestricabile di “natura” e “artificio” che costituisce il mondo degli esseri umani (…). I trapiantati esistono nel mondo della tecnica, secondo fini che non sono dati in anticipo (né natura, né provvidenza, né destino). Fini che eccedono la finalità: è il trapianto che vive per me o sono io che vivo per il trapianto? E qual è il fine dell’esistenza? Il trapianto è un maledetto filosofo.
(…) La vita di un/a trapiantato/a può essere considerata un microcosmo della mutazione generale del mondo e dell’umanità.
Nel trapianto, dunque, ravvisiamo l’emblema di una mutazione antropologica (non so se Nancy approverebbe la parola) dell’umanità: qualcosa che gli esseri umani hanno immaginato e poi realizzato tecnicamente, ci salva e contemporaneamente ci estranea a noi stessi, ci nega l’immagine illusoria di un “me stesso” come entità compatta.
Di questo tema Nancy aveva già ampiamente trattato nel suo celebre libro Corpus, uscito in Francia nel 1992 e in Italia tre anni dopo, sempre per Cronopio. Qui Nancy scardina, destruttura l’apparente unitarietà e organicità del corpo, così come a noi piace pensarlo.
Il nostro mondo è il mondo della «tecnica», il mondo il cui cosmo, la natura, gli dei, il sistema al completo nella sua intima articolazione si espongono come «tecnica»: mondo di una ecotecnica. L’ecotecnica funziona per mezzo di apparecchiature tecniche, cui ci collega da ogni parte. Ma ciò che essa fa sono i nostri corpi, che essa mette al mondo e collega a questo sistema. (…) Finché non avremo pensato fino in fondo la creazione ecotecnica dei corpi come la verità del nostro mondo, - e come una verità che non è affatto da meno di quelle che i miti, le religioni, gli umanesimi hanno rappresentato - non potremo dire di aver cominciato a pensare a questo mondo qui.
Corpus è un libro da centellinare e assimilare a poco a poco. È la rivelazione di ciò che noi tendiamo a nascondere a noi stessi: l’estraneità del corpo a noi stessi, questione che ci perturba e angoscia. Scrivere non del corpo ma il corpo stesso, non la corporeità ma il corpo, ci ricorda il filosofo.
Tra i due libri, Corpus e L’intruso, il corpo trapiantato si pone come realtà e simbolo del nostro mondo iper tecnologico, dove i corpi sono aperti e chiusi (ma mai completamente richiusi in se stessi) collegati ma anche estranei. Non propriamente nostri. Mai compatti, mai uno.
Corpi Altamente Tecnologici che in ogni momento sperimentano la vita/la morte. Che in ogni attimo della loro esistenza si trovano costretti a processare il lavoro (e la fatica) di essere anche estranei a se stessi.
Salvi, (soprav)viventi e continuamente intrusi.
Laura Mazzeri