Laura Mazzeri Commonplace Book

Un anno con il Commonplace.

Per quanto ci si impegni e per quanto stuoli di “facilitatori” pretendano di insegnarci come farlo, l’atto di comunicare si rivela, a un certo punto della vita, per quello che è: una delle grandi illusioni dell’essere umano, illusione che noi vogliamo interpretare come aspirazione in modo da non escluderla a priori dalla rosa di quelle competenze che ci contraddistinguono come esseri senzienti. Insomma, desideriamo comunicare ma il fatto di volerlo non significa che possa accadere realmente. Avviene in momenti circoscritti, con certe persone e solo a tratti, in alcuni ambiti, in modo mutevole, ondivago e mai completamente esaustivo.

Nella comunicazione umana si sperimenta in modo radicale la dimensione della mancanza, quel deficit strutturale che, essendoci, alimenta il continuo desiderio di poterlo soddisfare. (Come hanno ampiamente mostrato Freud e Lacan, seppure con sfumature diverse, il tema della mancanza è costitutivo dell’essere umano).

Manca sempre qualcosa per poter arrivare a sentirsi ascoltati e ascoltanti, nominati e nominanti. La comunicazione umana è così ontologicamente insolubile che sempre, prima o poi, il bisogno di intesserla rimane disatteso, ancorché sempre re-inseguito.

Sulla comunicazione lavoriamo costantemente, ostinatamente, ci proviamo e ci riproviamo, se non altro per migliorare le relazioni personali e professionali, altrimenti destinate alla nuda e cruda sopraffazione reciproca. Ci impegniamo, nella comunicazione, e questo è un bene, altrimenti saremmo una massa di bipedi urlanti, rancorosi e aggressivi (ma il mondo non è forse in gran parte così?). Comunicare è una tensione, un’intenzione, un afflato sempre presente e necessario ma mai risolto in se stesso, mai davvero compiuto. Quando ci sembra di essere a buon punto, ci sfugge e deraglia, inaspettatamente.

Arrivata a una certa età, a volte mi stanco. Anzi, spesso. Direi che con figli adulti, professione conclusa, salute sul filo del rasoio dentro la mia scomodissima condizione cronica, famiglia che progressivamente torna a essere nucleare, si può anche rallentare, essere meno sul pezzo, desistere dalla conduzione della regia, dal faro della vigilanza, dalla tessitura accorta e accurata di molteplici relazioni. Si può (e forse anche si deve?) tornare a occuparsi di quell’unica comunicazione che non viene mai meno, neppure volendolo, neppure durante il sonno, neppure tra i deliri di una febbre alta, dentro un letto d’ospedale o, al contrario, durante la giornata più fresca e luminosa in riva al mare o in ventosa cima montana: il parlottio delle voci interiori.

È stata questa esigenza di sottrazione e di ridefinizione che mi ha portato a cercare una forma diversa di dialogo con me stessa, unitamente a una possibilità di comunicazione in forma differita e opzionale: scrivo di ciò su cui rifletto, legge chi lo desidera, senza pretese di scambio e di comprensione reciproca.

Solipsismo? Non credo si possa chiamare così questa mia postura. Rarefazione, forse, oppure sottrazione all’imperativo della comunicazione perenne, quella fallace risoluzione della ontologica mancanza di cui si diceva poc’anzi e di cui molti si saziano illusoriamente attraverso i social e le proliferanti modalità di interconnessione. Il mio obiettivo, fin da subito, non è mai stato quello di essere visibile ai molti ma, viceversa, di essere in contatto differito con alcuni. Penso, scrivo, qualcuno legge e a sua volta si metterà a pensare, talvolta a interagire tramite altre parole scritte. La comunicazione differita invita alla riflessione e disdegna le reazioni viscerali di cui son fatte le comunicazioni dell’immediatezza.

È stato durante la calda estate del 2024, che ho preteso di dare corpo al desiderio.

Studiando vari aspetti del Rinascimento, soprattutto storici e musicali, ho incontrato un saggio sui Commonplace e su come la pratica delle notazioni riflessive si sia sviluppata nel tempo. È stato subito Amore e in sei mesi ho ancorato in porto questo Commonplace. Ringrazio chi ha collaborato alla sua realizzazione e coloro che hanno capito e che mi hanno incoraggiata quando ero ancora incerta e titubante. A un anno di distanza ringrazio anche di cuore chi legge in modo partecipe, dedicando un certo tempo e una voluta attenzione alle varie notazioni. In svariate occasioni ho ricevuto email di commento oppure messaggi. Talvolta, da parte degli amici più stretti, telefonate per un confronto più diretto.

Ecco il senso di questa comunicazione differita: il tempo giusto per ascoltare e accogliere le proprie emozioni, per renderle pensabili e rappresentabili. Mettere un freno all’agitazione emotiva che domina questi tempi, in virtù di una postura più ponderata che sia in grado di accogliere le emozioni sapendole processare.

La pratica del commonplacing è diventata compagna di vita e presenza tangibile. È uno strumento che ho creato ma che, a sua volta, mi crea continuamente, uno sprone ad andare avanti e a riflettere. Grazie alla coltivazione dei pensieri e delle scritture ho ritrovato un tempo più personale all’esistere, sottraendolo alle diffuse dipendenze che quest’epoca ci propone e impone; condizionamenti pervasivi che arrivano dai social, dalle piattaforme tv, dalla ricezione compulsiva di pensieri altrui, persino dal malcelato bisogno - auto ed etero indotto - di conferme e di approvazione. Rendendo pubblico il Commonplace ho inteso avviare una possibile comunicazione (ed eccola che ricompare!) ove io non sia chiamata a scrivere contenuti come esperta di qualcosa in modo specifico. Il mio intento è, semmai, di carattere maieutico; la mia intenzione possiede (vorrebbe possedere) un’impronta socratica di interrogazione costante come metodo del vivere autentico e possibile, soprattutto oggi che siamo tutti scossi e pervasi dal caos di questo periodo storico. In un clima generale di sconquassi ideologici e di ridefinizioni geopolitiche, l’essere umano è più che mai chiamato a resistere alle onde d’urto ricercando la propria compostezza.

Un anno di notazioni.

Cosa ho inseguito e scritto?

Mi accorgo che i pensieri hanno privilegiato la Musica, perché in essa trovo esattamente ciò che desidero: l’evidenza della scrittura, il tempo variamente scandito, la precisione matematica, la forma che prende corpo dalla tecnica, l’arte che si sprigiona dalla materia compositiva. L’Amore per la Musica è irriducibile e mai si sazia. Regala continue scoperte e sempre nuove passioni. La Musica è un prodotto della mente umana ma, in qualche modo, la sovrasta, la supera e trascende. Un mistero, nel senso più ampio del termine. Ho tra le mani il libro dello psicologo britannico John A. Sloboda, La mente musicale, edito in Italia da Il Mulino. Uscito per la Oxford University Press nel 1985 con il titolo: The Musical Mind. The Cognitive Psycology of Music. Un testo indicatomi dalla mia insegnante di teoria musicale, un libro difficile che finora ho letto a macchia di leopardo ma al quale mi riprometto di dedicarmi con precisione in questo 2026 che bussa alla porta.

Se qualcuno che proviene da una civiltà senza musica ci chiedesse perché la nostra cultura investe tanto nell’attività musicale, noi risponderemmo certamente che ciò è dovuto al fatto che la musica ha la capacità di elevare il livello della nostra vita emotiva. (…) Sembra improbabile che la musica possa essere penetrata nel cuore di tante culture differenti se i suoni organizzati fossero privi di qualche motivo fondamentale d’attrazione per l’uomo, trascendendo i confini tra le culture. (Pag 23/24)

Elevare, trascendere i confini tra le culture.

Con questa suggestione auguro un buon passaggio d’anno a tutti, specialmente a coloro che aspirano a una vita migliore, qualunque cosa la parola “migliore” voglia significare nel mondo intero.

Buon 2026

Laura Mazzeri

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