Vent’anni di canto corale mi hanno portata pian piano, quasi senza accorgermene - e certamente senza averlo previsto né tantomeno programmato - dalla spinta vitale e ritmica dell’Afro-Jazz, al rigore del repertorio Classico e Barocco, bypassando quasi sempre - fatta eccezione per alcune belle arie - il Romanticismo. Poco dopo è nato l’amore per la Musica Antica.
Ripercorrendo questi vent’anni canterini, vedo una me stessa camminare a ritroso nel tempo storico, mossa da una spinta motivazionale non governabile di cui mi sono resa conto quando, alla fine, sono definitivamente approdata nel territorio culturale della musica rinascimentale, prediligendo quasi sempre l’esecuzione a cappella. Mi interessa indagare e capire questo amore, l’affinità con la cosiddetta Early Music; amore che si incarna cantando, grazie a una Voce che si fa strumento a intensa gradazione interiore.
Il movimento verso l’Antico ha avuto inizio circa otto anni fa frequentando le settimane intensive di IAS, International A Cappella School, a Cheltenham, organizzate e dirette dal M° Stephen Connolly, già Basso del gruppo inglese The King’s Singers.
Ci ero arrivata tramite un’amica che, mi spiegava con entusiasmo, era rimasta positivamente coinvolta l’anno precedente: una Summer School in piena tradizione anglosassone (e nordeuropea) per amatori di buon livello di varie età e nazionalità, con diverse competenze musicali. Così, dopo aver coinvolto un gruppetto di amiche coriste, partecipai all’esperienza per due estati consecutive.
Durante quelle intense settimane mi accorsi - con vero sgomento - che la preparazione musicale di base dei cantanti amatoriali tedeschi, americani, inglesi, olandesi e dell'area est europea, era assai più solida e ben radicata rispetto alla nostra. Tra noi, un contralto aveva studiato in passato il pianoforte in modo serio (conservatorio); io portavo in dotazione il ricordo di studi adolescenziali di chitarra classica e un più recente primo approccio al pianoforte E questo era tutto. Al contrario, quasi tutti i cantanti amateur di provenienza internazionale, di qualsiasi età, possedevano buone conoscenze di teoria e di pratica musicale, per tradizione familiare e/o per averle apprese durante l’iter scolastico; molti, tra i partecipanti, suonavano uno strumento per diletto e qualcuno era persino prossimo alla capacità di lettura e canto a prima vista.
Per me fu un trauma e un’illuminazione. Mi resi conto che, per prendere le giuste misure rispetto alla propria formazione, è davvero necessario spingere lo sguardo oltre confine. Occorre immergersi in una realtà vasta per misurare lo scarto, in negativo e anche in positivo, per capire come fare, dove dirigersi per migliorare le proprie competenze.
Come cantante amatoriale mi rendo conto di quanto sia difficile orientarsi nel panorama culturale italiano, di solito molto confuso e tendente alla millanteria: troppo spesso vengono spacciate per buone, o addirittura come magnifiche, realtà musicali e canore davvero mediocri. Come fare? Valgono gli incontri con i bravi Maestri, quei professionisti di spessore che prendono a cuore la formazione degli allievi. Avrò modo di approfondire questi aspetti nel corso dei prossimi articoli.
Tornando all’esperienza della Summer School anglosassone - divenuta dunque per me pietra miliare e “metro di Parigi” (nel senso dell’unità di misura, non del mezzo di trasporto!) - devo ammettere che mi ci vollero alcuni giorni per prendere una certa scioltezza: osservavo a occhi sgranati e mente iper vigile il Maestro e gli altri cantanti, a uno a uno, la loro sicurezza (maggiore della mia), l’espressività canora (e qui almeno un punto di vantaggio per noi italiane rispetto alle signore e ai signori tedeschi!) e, infine, la rapidità di reazione alle indicazioni di Connolly, segnale incontrovertibile di una preparazione musicale solida e matura. La sera ripassavo, presa da una sorta di ossessione febbrile: volevo esserci, completamente consapevole e adeguata. In quel contesto cantai il mio primo Monteverdi, il mottetto Cantate Domino Canticum Novum. Scoprii, tra gli altri, il madrigale di Thomas Morley, April is in my mistress’ face. Ero caduta nella fascinazione dell’Early Music!
Presa da quell’amore allo stato nascente intrapresi un percorso individuale di canto con la brava e molto paziente M° Beatrice Palumbo, Soprano dalla voce cristallina. Mi esercitai su brani tratti dalle raccolte del Parisotti (ottimi come studio di base) e in seguito provai a cantare Dowland, non certo per esibirmi come solista, cosa che non ho mai preso in considerazione, ma per far risuonare la Voce attraverso quella musica che mi appariva così pulita, essenziale, priva di orpelli virtuosistici.
Succede che, nel pieno sviluppo di questa entusiasmante formazione, cado in un periodo molto difficile: una recidiva di malattia preesistente mi porta a una serie di interventi chirurgici che mi lasciano prostrata e lesionata. Ne esco confusa, temo di aver perso la voce e, soprattutto, l’energia necessaria per poter cantare, per poter vivere, in termini generali.
Stavo per abdicare dal trono sovratemporale dei privilegiati di questa Terra: coloro che incontrano la musica nella propria esistenza e che vi si dedicano. Stavo per rinunciare eppure quell’amore interrotto per la Musica Antica mi chiamava da dentro.
Riprendo con cautela - e poi sempre più intensivamente - le lezioni con Beatrice Palumbo e con la brava Soprano Maria Simeoni che mi insegna a cantare sul fiato, a non spingere, a non forzare. Si risveglia, come da un ricordo dormiente, l’interesse per i miei autori preferiti: Dowland, Purcell, Monteverdi e Bettinelli, neo madrigalista. Ricomincio a cantare con fiducia e con soddisfazione. Testi Sacri e Profani assurgono, nel mio sentire, a un’altezza stellare e nulla mi distrae dal desiderio di stare dentro quelle polifonie meravigliose.
Nel frattempo anche il mio modo di cantare trova un nuovo orientamento. La Voce - che comunque neppure in età più fresca si era mai attestata sui sovracuti - cerca sonorità più calde, tipiche di un repertorio musicale dove il virtuosismo canoro mai sopravanza il discorso musicale. Scopro una Voce che - liberata dallo sforzo dell’acuto come missione obbligata del Soprano - si fa scandaglio interiore, risonanza intima, percezione fine del corpo sonoro. Oserei dire, voce-ponte tra conscio e inconscio.
Nella Musica Antica risuona l’inconscio arcaico della storia umana nella sua dimensione sonora, radici profonde che possediamo anche se non ce ne rendiamo conto. Basti pensare che la parola Madrigale porta con sé una “probabile origine da matricalis, (della matrice, della madre)” come apprendo dai volumi 3 e 4 della Storia della Musica, a cura della Società Italiana di Musicologia, EDT, Edizioni.
È in seguito a questa ricerca individuale che, infine, incontro Chanson d’Aube, gruppo vocale cameristico diretto dal M° Alberto Odone. Di loro tratterò più diffusamente in articoli successivi; per ora mi è necessario dire che attraverso questa esperienza, ancora agli esordi, entro in una nicchia culturale affascinante. Canto Lasso, Desprez, Gesualdo, Monteverdi e altri, musica raffinata, elegante, quanto mai arcana. Si canta quasi sempre a cappella e a voci sparse, con un lavoro di concentrazione fine che rende particolarmente coinvolgente l’atto del cantare.
In occasione dei concerti effettuati con Chanson di recente, mi accorgo che il pubblico gradisce ma non si può essere del tutto sicuri che la maggior parte dei presenti capisca cosa, di preciso, sta ascoltando. Se oggi la musica classica (compresa quella contemporanea) appartiene a una dimensione culturale di nicchia, la musica antica rappresenta una super nicchia. Per questo questo motivo M° Odone usa anticipare l'esecuzione dei brani in programma porgendo al pubblico una breve presentazione di inquadramento, giusto per aiutare la comprensione e innalzare (se possibile) il grado di ascolto attivo.
Durante una di queste occasioni sono attratta da un concetto interessante: “… musica polifonica quasi più bella da cantare che da ascoltare.” Si tratta di un costrutto che dice ed esplicita il mio sentire ma che non so argomentare. Quindi mi rivolgo direttamente a lui: Maestro, spiegami.
Abbiamo l’idea che la musica sia qualcosa di spettacolare, che ci sia una netta separazione tra l’esecutore e il pubblico. Nella storia della musica non è sempre stato così, c’era una dimensione più partecipata. Pensiamo, per esempio, alle feste popolari in cui gli spettatori, tutt’altro che passivi, danzano, in una forma di partecipazione attiva. Una cosa del genere succedeva alle origini del jazz, con le improvvisazioni d’insieme, oppure nello swing in cui la musica era concepita e suonata per indurre il pubblico a ballare. Dal be-bop in poi, proprio per il livello di complicazione che la musica aveva assunto, si è creata una netta divisione tra l’esecutore virtuoso e il pubblico in ascolto. La stessa cosa è successa nell’Ottocento, nella cultura romantica, e da lì fino a noi: l’esecutore virtuoso, il grande Maestro si esibisce di fronte a un pubblico che, sostanzialmente, ascolta. E anche se l’ascoltatore è informato, consapevole e conosce la storia della musica, tuttavia non entra nell’atto del fare musica. Nel Rinascimento si presentavano situazioni diverse; il repertorio che è arrivato fino a noi apparteneva a un ambiente colto, veniva suonato nelle corti, quindi in un determinato strato sociale. I madrigali, ma anche le canzonette, venivano cantati e suonati in una forma di compartecipazione tra professionisti e amatori (che erano tutti di buon livello data la diffusione della pratica musicale). I nobili stessi suonavano e cantavano. Era un modo di passare il tempo e di divertirsi in modo interessante, con un repertorio che chiamava a un intervento attivo, un fare musica insieme. Ancora oggi siamo abituati alla versione di derivazione romantica: il pubblico ascolta passivamente gli esecutori virtuosi, va in estasi per il capolavoro ma non partecipa attivamente. Certamente l'ascolto implica sempre un certo grado di attività ma altre epoche, dal Medioevo allo stesso classicismo, chiedono all'ascoltatore, se non di partecipare eseguendo, almeno di riconoscere attivamente ritmi, melodie, bassi ostinati, generi musicali che egli in buona parte già conosce e probabilmente anche pratica.
Ringrazio Alberto Odone per l’interessante inquadramento storico che stimola a riflettere sullo stato dell'arte; penso che dovremmo tutti ritrovare quello spazio di realizzazione collettiva che la Musica ha perduto e che in parte ho avuto modo di esperire durante le Summer School internazionali di cui raccontavo; incontrarsi, a diversi livelli ma con una buona preparazione collettiva di base, per entrare nella musica intesa come patrimonio culturale necessario e pratica condivisa. Una vita individuale e una dimensione collettiva senza musica non ha alcun senso né bellezza.
L’arte ci salva, ci eleva e, tra tutte le arti, la musica ci salva di più. D’altra parte arriva da un diverso mondo e si staglia lì davanti a noi, del tutto increduli di fronte alla verità della perfezione. Colui che suona, canta, compone è attraversato dalla bellezza e sussunto in quella privilegiata sfera.
Laura Mazzeri