Laura Mazzeri Commonplace Book

Cronicamente. Tracce da una vita anomala.

Di vita cronica non parlo quasi mai in termini strettamente personali, se non con poche fidate persone. Eppure fatiche, speranze, delusioni e competenze, che necessariamente si accumulano negli anni, meritano di essere guardate con la giusta distanza e ponderazione per vedere il quadro nella sua interezza, per dare un posto e un nome a quello che diventa quasi un mestiere: sopravvivere, con un senso, dentro un’esistenza sotto assedio terapeutico.
È un lavoro che si apprende strada facendo, nostro malgrado, obtorto collo. Una strategia del vivere che, se ce la facciamo, produce una specialissima caratteristica della psiche: la capacità di riposizionare continuamente se stessi dentro nuovi limiti, adeguando gli obiettivi in relazioni alle fluttuazioni della nostra macchina-corpo. Bisogna ri-crearsi, continuamente.

Inizialmente è esperienza di lutto, nelle varie fasi che lo attraversano, incredulità, rabbia, depressione, accettazione. Ma l’aspetto veramente sfidante è dato dal fatto che nella vita cronicamente determinata i lutti si susseguono continuamente perché dopo le diagnosi arrivano le terapie e dopo le terapie (qualora funzionino) arrivano i controlli e dopo i controlli arrivano le recidive oppure gli effetti collaterali delle terapie stesse. E le chirurgie, prima e/o in itinere. Allora il lutto si ripete in un assedio continuo portando con sé la percezione netta che ci sia concesso di vivere come indiani in riserva: limitati, malandati, per lo più sfiniti, quando non decisamente tristi.
Eppure vivi. È stupefacente vedere come - dentro i pertugi d’un'esistenza ancora possibile ma sempre da riconfermare - l’istinto di sopravvivenza, del tutto naturale e animalesco, si possa tradurre in valore.

Non saprei come nominare questa capacità senza usare la parola “resilienza”, ormai troppo diffusa e banalizzata. Potrei dire che, nel tempo e con adeguati aiuti, si diventata gommosi, morbidi, praticamente elastici. Ecco, mi restringo, mi raggomitolo quando le cose vanno poco bene, mi distendo e finalmente aleggio sulla realtà quando sono stazionaria. In quest’ultimo caso “staziono” alla fermata che mi è consentita e guardo altrove, in alto, in diagonale, a vortice ascendente, dove mi portano pensiero e fantasia.

Mi chiedo perché oggi mi sia messa a scrivere queste righe. Non lo so, è una spinta che mi è arrivata leggendo, rileggendo e sottolineando con entusiasmo alcuni brani dal fenomenale ultimo libro di Olga Tokarczuk, Nobel Letteratura nel 2018. Si tratta di Empusium, uscito in Polonia nel 2022, da poco in Italia con tre anni di gravissimo ritardo. Tradotto da Silvano De Fanti che, ovviamente, noi lettori ringraziamo di cuore.

L’arte letteraria è sempre utile per uscire dai limiti e trascendere i meri fatti, ma quando colpisce proprio al cuore, quando scardina la mente dai soliti pensieri, allora crea un vantaggio incommensurabile: un passo in più verso una vita piena. Con Olga Tokarczuk mi succede sempre. Il libro narra vicende naturali e soprannaturali ed è ambientato in un piccolo paese della Slesia del 1913, case e ricoveri agglomerati intorno a un sanatorio. Si incrociano le vite di molti, la morte di alcuni, si parlano diverse lingue. Il protagonista è un giovane ingegnere delle acque reflue, polacco, portatore di varie “disfunzioni” che lo rendono unico. Si sente difettoso finché non riesce, con l’aiuto del medico, a modificare lo sguardo.

Preferiva appartenere a un mondo che ancora non lo conosceva e di fronte al quale aveva il tempo di definirsi. Preferiva rischiare di rimanere prima o poi deluso da quel mondo e di dover fuggire di nuovo, di andare ancora in un luogo diverso e più lontano per non cadere fra le braccia di una condizione ben nota, priva di speranza, nella quale non si è altro che un problema per se stessi e per gli altri. Ormai aveva acquisito una consapevolezza quasi totale del fatto che la sua malattia era arrivata in un momento molto opportuno della sua breve e giovane vita, dandogli la possibilità di riformulare se stesso, e che in effetti avrebbe dovuto essere felice di trovarsi lì, in quella piccola stazione climatica della Slesia, costruita sopra le acque di un lago sotterraneo. (Pag 184)

E ancora:

Estrasse un abbassalingua di metallo e guardò a lungo la gola del paziente.
«Ognuno di noi è un potenziale matto, giovanotto. La norma è un pio desiderio. Siamo tutti seduti a cavalcioni del confine tra il nostro mondo interiore e quello esterno, e stiamo in rischioso equilibrio. È una posizione molto scomoda , e molti non riescono a mantenerla.» (pag 252)

Infine:

«Lei lo vede che io non sono ‘ognuno’. Sono un’anomalia» (…).
Dopo un breve silenzio il dottore proseguì:
«Lei dovrebbe trattarla così come tratta il piccolo disturbo che ha nei polmoni: come un qualcosa con cui bisogna imparare a vivere e a cui non si può permettere di distruggerci. È il cosmo del corpo. Qui tutto può essere un’anomalia che di lì a poco diventerà un vantaggio (…). La questione è solo come si guarda. (…) Ciò che in noi è debole ci dà forza. (…) Se qualcuno pensa che il mondo sia un repertorio di vistose contrapposizioni è malato. So quello che dico, è una poderosa disfunzione.»
« E com’è il mondo?»
« Indistinto, sgranato, tremulo, una volta è fatto in un modo e un’altra volta in un altro; dipende dal punto di vista.» (296-298)

L'intera opera, e in particolare questi passaggi, mi hanno resa felice, per il significato e per la bellezza.

In fondo, alla fin fine, guardandomi da una certa distanza, vedo che la mia situazione non è molto differente da quella di tutti gli esseri umani, nelle loro diversità specifiche, nulla di diverso da quel che tutti siamo chiamati a fare: attingere alle proprie risorse creative per pareggiare i conti con la sempre deludente realtà dei fatti.

Ed è così che, come sostiene Olga Tokarczuk attraverso un personaggio, “Ciò che in noi è debole, ci dà forza”.

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Laura Mazzeri

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