Quando l’inconscio parla, si avverte un sollievo a cui fa seguito un migliore assetto psicofisico, una ritrovata tranquillità dell’anima. Si chiama abreazione, un termine della psicoanalisi che indica il processo nel quale avviene una scarica emotiva legata a un trauma rimosso che si riesce finalmente a contattare, oppure - come nel mio caso - un riassetto emotivo attraverso un sogno di carattere fortemente simbolico, dotato di una grande potenza esplicativa. L’effetto, al risveglio, è duplice: da una parte il simbolo ci affascina e richiede di essere compreso, dall’altra succede che un sintomo persistente possa sparire o attenuarsi fortemente a causa del sollievo psichico avvenuto proprio grazie al sogno.
Ho fatto un sogno estremamente vivido - tra l’ultima notte e il primo mattino - da cui mi sono svegliata con la consapevolezza di una svolta: l’inconscio mi aveva parlato. Ovviamente non scriverò qui gli aspetti strettamente personali della faccenda, citerò solo gli elementi che è interessante condividere in quanto occorrenze della vita umana. Basti sapere che da quel momento è sparito spontaneamente un sintomo invadente che mi disturbava dall’estate scorsa, da quando, cioè, avevo vissuto il lutto per la morte di due persone care, anche se non strettamente intime, e per cambiamenti di vita nel frattempo intercorsi.
In questa notazione metto in trama il sogno nei suoi caratteri generali - privato quindi dei suoi elementi personali - e racconto il tipo di ricerca che ho messo in atto.
Mi trovo seduta in un luogo pubblico, forse un teatro, accanto a persone della mia cerchia (che non specifico in questo racconto). Tutti parlano fra loro, intervengo ma non ascoltano, sono distratti. Mi allontano, provo una forte rabbia e corro verso casa. Appena varcata la soglia mi sento subito bene, nonostante noti un certo disordine qua e là, come i residui di una festa. So che una presenza vivente mi aspetta. Si tratta di un cerbiatto che abita nel salotto di casa mia, un animale giovane ma che ritrovo cresciuto. È più alto di prima - un prima che nella scena non si esplicita - ben saldo sulle zampe, il manto ha colore d’ambra, uniforme e di pelo fitto. La testa è ben fatta, eretta sul collo e senza corna (un futuro cervo o una cerva?). Lo percepisco come entità non specificamente sessuata ma, nel vederlo, lo penso al maschile: “ecco il cerbiatto”. So che devo nutrirlo ma non ho ancora provveduto alle scorte di cibo. Gli offro zucchero di canna, con le mani, per poterlo sfamare subito; mi riprometto di procurargli al più presto un cibo più adeguato. Subito dopo averlo nutrito avverto fisicamente il suo corpo al mio fianco, guardiamo avanti nella stessa direzione, verso la luce della grande portafinestra. Il cerbiatto/cervo si appoggia al mio fianco destro, io al suo fianco sinistro. Abbiamo la stessa altezza al garrese e così riesco agevolmente a posare il braccio sul suo dorso proprio alla base del collo, con una sensazione di reciproco affidamento. Siamo fianco a fianco, adesi. Il contatto fisico con il cerbiatto mi procura una particolare e intensa forma di allegria, ne avverto la natura animale, naturale, istintiva attraverso i suoi muscoli che fremono, come fanno spesso i grandi quadrupedi. In quel preciso istante diventiamo un’entità unica.
Mi sveglio con una sensazione immediata di sollievo. Nel corso delle ore successive mi accorgo che il sintomo disturbante è sparito. Mi sento ri-allineata. Essendo una mattina di festa, senza impegni particolari, dopo il risveglio e un buon caffè, mi sono concessa un tempo esteso e rilassato per formulare libere associazioni, di cui ho preso puntualmente nota nel quadernino personale. Subito dopo, e nel corso dei giorni successivi, sentendomi particolarmente sgombra di mente, mi sono interessata agli aspetti simbolici generali e archetipici contenuti nel sogno.
Il cerbiatto, la casa, il nutrimento.
La mia curiosità si è accesa, ovviamente, in relazione alla figura del cerbiatto/cervo/cerva.
Mi sono rivolta a due libri e a qualche ricerca on-line. Propongo qui solo un piccolo assaggio del fascino che i miti ci offrono come fonte di conoscenza arcaica e di disvelamento della natura umana. L’invito, per chi è appassionato di storia, letteratura, mitologia è quello di godere pienamente dei libri che ho adottato come fonti.
Nel Dizionario dei simboli, di Chevalier e Gheerbrant, trovo riferimenti relativi a cerva e cervo e anche a animali, in generale.
L’animale, in quanto archetipo, rappresenta gli strati più profondi dell’inconscio e dell’istinto. Gli animali sono simboli dei principi e delle forze cosmiche, materiali o spirituali. (…) Gli animali, che intervengono così spesso nei sogni e nelle arti realizzano identificazioni parziali con l’uomo, con aspetti e immagini della sua natura complessa, sono specchio delle sue pulsioni profonde.
Il libro presenta la figura del cervo con valori simbolici che potremmo dire transculturali, anche se con alcune varianti nelle diverse popolazioni: il cervo è animale mediatore tra cielo e terra; è simbolo arcaico del rinnovamento ciclico (i palchi cadono e si rinnovano a ogni stagione); annuncia la luce e conduce verso il chiaro del giorno. I molti e documentati riferimenti, relativi alle varie culture, sono molto interessanti e ricchi di misterioso fascino.
Nel libro I miti nordici, di Gianna Chiesa Isnardi, gli animali sono presentati, in generale, come gli “intermediari ideali tra il mondo quotidiano e quello sovrannaturale”. In una società come quella medievale vichinga, animali e piante avevano vasta rappresentanza nell’immaginario umano, come possiamo ben immaginare.
Cervo-cerva. È animale di simbologia solare poiché le sue corna che perennemente si rinnovano (emblema dell’eternità) sono considerate corrispettive dei raggi del sole dotati di virtù vivificanti. (…) Il Dialogo di Sigrdrifa narra dell’ascesa di Siguror sul Monte della Cerva dove egli incontrerà la valchiria che gli farà dono della sapienza simboleggiata dalle rune. (…) Ma il cervo é altresì strettamente legato all’albero cosmico. Al pari di esso, infatti, partecipa dei tre strati dell’essere: le zampe toccano la terra, il corpo appartiene al mondo di superficie, le corna ramificate sono come le fronde che si protendono nel cielo.
Non vado oltre nelle citazioni ma posso assicurare che il testo, seppure di non semplice lettura, possiede un valore storico-culturale davvero formidabile, per la felicità degli appassionati di Cultura Nordica.
Ora mi pongo una domanda: nella mitologia personale dove e come si pone la figura del cerbiatto?
Mi appare come simbolo di rigenerazione, unito a una certa fragilità di cui mi devo prendere cura. Ma le zampe sono salde, dunque é anche forte. Se lo nutro adeguatamente il cerbiatto cresce, se mi appoggio a lui e lo abbraccio, cioè lo accolgo e lo integro nella mia interiorità (il salotto di casa mia) mi indica la strada e mi rischiara la via. Se mi affido (la vicinanza vivificante dei corpi) posso continuare a vivere pienamente.
Come non andare all’immagine del “Giovane Cavaliere” con la quale avevo metaforicamente nominato il donatore d’organi nell’occorrenza del mio trapianto di fegato? Sono passati molti anni, il donatore era giovane, ora sarebbe adulto. Il lavoro di integrazione fantasmatica dell’organo trapiantato é un processo che non non si conclude mai veramente, eppure questo sogno mi ha permesso di ripensarci, di rivivere addirittura, quella potente sensazione fisica di rinascita post trapianto, una percezione di sconfinamento della vita oltre la morte.
Il significato di rinascita rappresentato dal cerbiatto che cresce, o del cervo che rinnova i palchi, o della cerva che nutre e dona sapienza, è però anche una risposta inconscia alle evenienze dell’oggi, periodo nel quale i distacchi dalle persone scomparse o dei figli che iniziano una vita propria, unitamente alle prime avvisaglie della vecchiaia, possono creare un dis-assamento emotivo, un prevalere di pensieri cupi e di angosce diffuse.
Ecco che, allora, il sogno mi regala una nuova spinta verso la vita: io e il cerbiatto, affiancati, guardiamo nella stessa direzione. La mia casa interiore è viva. Il salotto dentro cui il cerbiatto abita, anche se un po’ disordinato perché é da poco finita la festa della gioventù, è un luogo pieno di luce e di direzione.
E infine, come non andare con l’istinto e con la mente verso la musica che tanto nutrimento mi regala?
Quasi subito, ho pensato a un brano sempre molto amato, il Sicut Cervus di Palestrina, una delle composizioni rinascimentali maggiormente conosciute e, non sempre adeguatamente, eseguite.
Sto seguendo un pregevole corso di Polifonia Rinascimentale condotto dalla musicologa e studiosa di testi antici, Silvia Perucchetti. Uno dei testi che stiamo esaminando da fonti storicamente appropriate, è proprio il Sicut Cervus.
Anche in tal modo, e con questa simbologia, si sta rinnovando e nutrendo la mia sete di oltre: come il cervo anela alla fonte d’acqua, così l’anima mia anela a te, dio.
Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum,
ita desiderat, anima mea ad te, Deus.
Quale che sia la fonte di vita in cui ci riconosciamo, che sia un dio, la natura, la madre terra, il cielo stellato, le forze del cosmo, la musica, noi aneliamo a questa fonte. Quando canto il brano di Palestrina, nella sua struttura polifonica così perfetta, così aderente al significato del testo, mi sento pervasa da pura gioia e da un senso di profonda gratitudine verso la vita e verso la musica.
Laura Mazzeri