Laura Mazzeri Commonplace Book

Questa dura e ripida erta

Scrivo oggi la prima notazione interamente autobiografica, pertanto sta nella sezione Tracce anche se certe diramazioni agganciano Cura e Voce poiché tutto è intrinsecamente correlato, pensieri ramificati che si nutrono l’uno con l’altro.

Il mese di luglio è trascorso con due dolorosi addii. Nel territorio martirizzato della cura due persone a me care non ce l’hanno fatta, nonostante le avanzatissime terapie. Oppure, per dirla in altro modo, son state pienamente in vita finché le terapie lo hanno permesso loro.

La prima, giovanissima, in modo rapido, squassante e inaccettabile. La seconda, amica di gioventù, è giunta a conclusione dopo un lungo cammino terapeutico. Penso alle due donne costantemente, sorpresa a volte da un guizzo doloroso che si forma inatteso dentro le viscere, animaletto dotato di vita propria; più spesso in forma di ovattata nostalgia, una sensazione fisica di posto vacante.

Ma non è tutta assenza. L’immaginazione, che si sprigiona a riempire di senso il nulla, dice di una loro presenza rarefatta e diffusa, polvere interstellare, materia interplanetaria; pulviscolo che, tramite reazioni chimiche a catena, trasforma continuamente le due donne, prima pienamente terrestri, in microrganismi cosmici permanenti. Loro sono là, dappertutto.

Qui da noi, terrestralmente parlando, succedono cose continuamente; ci si ammala, ci si cura, si crolla, ci si rialza. La caduta rovinosa dopo una diagnosi infausta, oppure dopo una recidiva, è sempre seguita da un cammino di risalita che ognuno percorre fin che può, fin dove gli sarà consentito. Una fatica e anche un cimento.

L’idea è quella di una sofferenza di tipo alpinistico, una prestazione estrema volta a sfidare il fato ma senza l’adrenelinica percezione del corpo funzionante e priva della meraviglia del paesaggio in vetta.
Risalire con fatica lungo questa dura e ripida erta - che è la cura dei sopravviventi - richiede capacità inusuali, proprio come nell’alpinismo; ci vogliono forza interiore, sapienza, determinazione, capacità di gestire il rischio e di processare le emozioni, specialmente se inerenti alle varie sfumature della paura: preoccupazione, timore, agitazione, paura vera e propria, terror panico.

Il cammino della cura - comunque vada e anche nella migliore delle ipotesi - è sempre in salita, appesi alle terapie e a un’idea di sé fragile e fortissima nello stesso tempo, portando in dotazione interiore una percezione di se stessi che mai si era esperita, quando si stava bene. Un’erta, appunto, sulla quale restano innumerevoli tracce e impronte visibili del passaggio, per quel che si fa e si dice, per quel che si pone in essere per non cedere, per quei progetti che diventano desiderabili e tutto a un tratto improrogabili, necessari direi, per non allentare la presa radicale dentro l’esistenza.

Durante questo mese di luglio che va a concludersi, la mia ripida e durissima erta - per la quale talvolta impreco e del cui giogo mi lamento - mi è apparsa improvvisamente bella e desiderabile, tramutata da destino (“mia cruda sorte”) in privilegio per l'effetto paradossale dell’esperienza di morte delle amiche. Dunque le difficoltà, le scivolate e gli inciampi del cammino di cura si tingono ora di un egoistico, indecente e furioso desiderio di sopravvivenza del quale, pensando alle due donne, mi vergogno. Sì, perché siam fatti così, si vive finché ce n’è, con una ostinazione che rasenta la follia, soprattutto quando si vuol fare del proprio tempo residuo un inesausto progetto di attribuzione di senso.

Ma c’è qualcosa, nella mia esistenza, che modella il furore, che conferisce misura e forma all’indecenza della vita. Ho trascorso quest’ultima settimana in ritiro musicale e canoro, repertorio antico. Sono stata ferma e presente in ogni singolo momento. Mi sono impegnata. Mi sono divertita. Ho sorriso quietamente di fronte alle mie difficoltà. Ho goduto delle possibilità. La Musica, suonata e cantata, quella che scaturisce dal nostro stesso corpo è un’esperienza che sta più in alto delle singole esistenze, pur essendo a loro contiguamente stretta.

La Voce cantata risuona e ripulisce dall’interno. La Musica invita a trasmutare le nostre più selvagge emozioni in Forma e Bellezza. Si tratta di un’esperienza tangibile di trascendimento, divinazione dell’umano.

Ho dedicato questa settimana alla sostanza delle amiche, due donne peculiari, intelligenti, vere e bellissime. Mi piace immaginarle come atomi celesti. Qui da noi, terrestralmente parlando, resta di loro la specifica eredità umana della quale dovremo continuamente cercare di essere degni.

Laura Mazzeri

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