Early Music. Fascino e attualità della Musica Antica
Ogni anno, il 21 marzo, si celebra la giornata della Musica Antica, istituita nel 2013 da REMA (Réseau Européen de Music Ancienne). Sono allergica alle celebrazioni forzate, quindi ne parlo oggi, dopo aver ricercato qua e là tra le fonti più attendibili per comporre un quadro storico e nello stesso tempo attuale della cosiddetta Early Music.
Ho letto il saggio, illuminante, del musicologo e critico musicale Roberto Verti dal titolo “Reinterpretare la Musica Antica”. Lo scritto compare nel 2007 all’interno della gigantesca opera "Storia della Civiltà Europea", (in dodici volumi) a cura di Umberto Eco, edita da Motta in formato cartaceo, poi diffusa in 75 eBook da Treccani, nel 2014.
Quali sono i confini dell’Antico in Musica? Verti inquadra in tal modo:
Per una convenzione sostanzialmente accettabile, il confine tra la “musica antica” e l’altra (ovvero il mainstream classico-romantico che domina il sistema produttivo della musica colta) si colloca intorno al 1750, l’anno della morte di Bach. Benché la morte di un compositore, pur grande, non possa determinare di per sé alcuna articolazione storica, il medio Settecento appare come un limes la cui entità risulta ben chiara allo stesso mondo musicale coevo, cosciente di certa “modernità” antibarocca dei nuovi stili galante e sentimentale, che vanno aprendo la strada all’imminente comparsa, con Haydn e Mozart, del linguaggio che poi sarebbe stato definito come “classicismo viennese”. Su questo crinale si colloca la principale soluzione di continuità nella storia della musica d’arte europea.
La musica preclassica viene dimenticata e poi riscoperta. La storia è arcinota: nel 1829 il compositore e direttore d’orchestra berlinese Carl Friederich Zelter promuove ufficialmente la rinascita bachiana attraverso l’esecuzione della Passione secondo Matteo, diretta dal suo allievo Felix Mendelssohn, allora ventenne. Da quel momento si avvia il lento ma inarrestabile processo della cosiddetta Bach-Renaissance che fiorisce pienamente intorno al 1950 (nel bicentenario della morte del compositore) accanto a una altrettanto diffusa Vivaldi-Renaissance.
Ma prima di Bach e di Vivaldi? Ecco cosa ci dice Verti:
Il recupero della musica antica e le esecuzioni storicamente "avvedute" dei repertori che giungono fino a Bach si sono sviluppati soprattutto a partire dagli anni Trenta [del ‘900 ndr] e sono oggi considerabili come parte integrante della nostra contemporaneità musicale. Il sistema della musica antica non solo ha accresciuto enormemente le conoscenze del repertorio, ma ha stimolato nuove modalità esecutive e d’ascolto. La musica preclassica è attualmente una tra le “altre musiche” più vitali.
Tra le più vitali, concordo, se indirizziamo lo sguardo verso i musicisti professionisti: importanti rassegne di musica antica fioriscono ovunque (poco in Italia) ma nel settore della musica amatoriale e specialmente nelle esperienze dei cori, permane il forte precipitato storico-culturale del main stream classico-romantico. Perché?
A mio parere, la questione dipende dal fatto che l’orecchio dei più è abituato alla continua riproposizione dei modelli più diffusi della musica tonale; siamo dentro una sovraesposizione, pertanto ci viene più agevole e quasi spontaneo riconoscere le cadenze, le frasi e l’andamento generale di un brano di Mozart (Classicismo) o di Puccini (Romanticismo) tanto per citare due autori stra-eseguiti.
Siamo assuefatti a queste sonorità fin da bambini, dalle più note melodie della lirica fino ai temi sinfonici celebri, utilizzati anche come colonna sonora per film e pubblicità. La nostra cultura musicale non intenzionale diventa, con il tempo, uno schermo mentale: i brani della musica antica, da una parte, e di quella contemporanea, dall’altra, vengono percepiti come molto lontani (i primi) e molto difficili (i secondi) dalla maggioranza degli ascoltatori.
Dopo aver messo a fuoco alcuni aspetti tecnici e storici delle esecuzioni del repertorio antico, Verti così conclude:
In Italia, ma in misura assai maggiore altrove (…) godono buona e ottima salute complessi specializzati, scuole e soprattutto festival destinati a target alti di grande interesse. Rispetto a quello del mainstream concertistico e operistico, il pubblico della musica antica è assai più giovane ed è più colto. In Italia, Paese che soffre una storica latitanza della musica (intesa da noi come ars pertinente allo spettacolo) dal novero della cultura, l’interesse oggi molto alto per la musica antica contribuisce in parte al riassetto degli equilibri.
È a questo punto della mia ricerca che sento la necessità di rivolgermi a un esperto per approfondire e chiarire ulteriormente. Lorenzo D’Erasmo, percussionista di musica antica, mi rimanda un quadro pieno di fascino, di duro lavoro, di competenza e di ricerca costante. Invito i lettori a seguire passo passo questa illuminante conversazione e nel contempo ringrazio Lorenzo D'Erasmo, musicista straordinario di alto profilo internazionale. Per conoscerlo meglio: www.lorenzoderasmo.it
Laura. Buongiorno Lorenzo, grazie per il tempo che mi dedichi. Entriamo subito nel merito: qual è stato il percorso personale e professionale che ti ha portato alla musica antica?
Lorenzo. Come premessa direi che non mi sento un percussionista solo di musica antica, è una delle mie specializzazioni. Il ruolo del musicista, che purtroppo si va perdendo sempre più - e per come lo sento io - è quello di essere un artigiano. Mi sento un musico, quella figura che anticamente non era specializzata in qualcosa, la specializzazione è un concetto nato storicamente nell’800. Data questa premessa - cioè il sentirmi musicista come artigiano contemporaneo - direi che una delle specializzazioni del mio artigianato sono gli strumenti a percussione nella loro complessità e nel loro linguaggio, strumenti a percussioni melodici e ritmici. Sono arrivato alla musica antica per puro caso. Anni fa ho incominciato a interessarmi ai tamburi a cornice, studio e pratica dei quali sono del tutto esterni alla formazione ricevuta in Conservatorio. Uno dei miei insegnanti, Andrea Piccioni, accorgendosi della mia propensione, mi indicò proprio la musica antica come possibile campo musicale in cui poterli suonare.
Laura. Quindi nei Conservatori vale il discorso della prevalenza della musica classica?
Lorenzo. I Conservatori, come istituzioni, sono atti a conservare repertori, prassi, definiti dentro la musica classica, sostanzialmente dal 1750 ad oggi, nel modus operandi tipico della musica classica: un compositore che scrive per un organico strumentale composto da esecutori. Non esiste alcun approfondimento rispetto alla musica antica se non in senso storico, oppure in qualche raro corso di armonia; nei corsi di armonia bisognerebbe prima insegnare il contrappunto e poi l’armonia classica, ma quasi mai è così. Quindi noi allievi riceviamo un quadro sfocato di tutto ciò che avviene prima di Bach, qualche nozione senza cornice, senza contesto. Certo che poi si va a sbattere la testa contro un Di Lasso o un Josquin, perché non sono contemplati nei programmi di armonia classica. Si sa solo che prima di Bach succedevano cose!
Laura. Come se l’opera di Bach fosse, in qualche modo, sorta dal nulla, e qui ricadiamo nella mentalità romantica del genio che stupisce il mondo.
Lorenzo. Esattamente. Bach esprime la contemporaneità dei tempi, era un artigiano che divenne magnete per la cultura del tempo. Era un musicista-artigiano di livello altissimo che si occupava di tutte le grammatiche musicali comuni. Tornando alla tua domanda iniziale, quella riguardante il mio percorso, voglio dirti una cosa. All'interno della mia formazione in Conservatorio, ero uno strumentista classico, specializzato in musica contemporanea, ma il mio modo di sentire la musica non è quello della grande orchestra. La grande orchestra mi spaventa, esige un controllo assoluto nei momenti in cui intervieni e devi essere perfetto. Mi sento più interessato all’accompagnamento ritmico, ho sempre sentito questa cosa. Confrontandomi con Andrea Piccioni, come dicevo, ho capito che il mio interesse per i tamburi a cornice poteva ben incontrare la musica antica. Ascoltando una polifonia del ‘400 mi è sorta una domanda: chissà se il mio tamburo a cornice può entrare a commento ritmico, chissà se può polifonizzarsi commentando ritmicamente le linee melodiche? Da questa domanda è nato un intenso percorso con Claudia Caffagni, cofondatrice dell’ensemble di musica medievale “laReverdie”. Ho seguito un biennio di formazione. È stato un percorso di scambio musicale reciproco: ho potuto formarmi alla musica antica del periodo medievale e Claudia ha potuto disporre stabilmente di un percussionista. Abbiamo lavorato a lungo sulle fonti, quindi tanta paleografia, per imparare le notazioni che sono ricche e molto complesse. Tramite fonti iconografiche e trattatistiche (le uniche di cui disponiamo), abbiamo ricostruito gli strumenti dell’epoca per comporre un organico sensato, ma non solo: la cosa più importante è stata quella di studiare la teoria, anche dal punto di vista ritmico.
Laura. Nella musica antica non ci sono fonti che indichino la parte ritmica. Avete dunque dovuto ricostruirla?
Lorenzo. Non abbiamo nulla che riguardi uno specifico vocabolario ritmico. Abbiamo una teoria dei valori, vuol dire che ci sono dei rapporti tra una figura grande e una più piccola (longa e breve), figure che vengono alternate in tempi ternari e binari e, poco a poco, nel corso del tempo, con la Ars Nova, sono arrivati a formare strati ritmici.
Dobbiamo ricordare due aspetti. Ai tempi si componeva a parti separate e i musicisti erano dotati di grande memoria e di menti complesse: si scriveva la parte del Tenor e poi si articolavano le altre voci avendo a mente precisamente la linea del Tenor. Prendiamo come esempio la celebre Missa L'Hommé Armé di Guillaume Dufay, capolavoro della storia della musica: ci sono quattro stratificazioni ritmiche, maxi modus, modus, tempus, prolatio. Sono valori di varia grandezza che convivono nella stessa stratificazione. La teoria dei valori è stata per me una chiave di comprensione non per scrivere un vocabolario ritmico, ma per comprendere come ragionava il musicista medievale.
Laura. Capisco come questo lavoro di studio e di ricostruzione di tipo archeologico sia per un musicista fonte di interesse e di fascino. Capisco anche quanto lavoro ci sia dietro.
Lorenzo. E più ancora per un percussionista. Tieni conto di un aspetto molto importante della musica antica: ai tempi non c’era necessità di scrivere tutte le informazioni, molte informazioni erano dotazioni date per acquisite. Le percussioni esistevano eccome ma non sappiamo come venissero utilizzate. A tale proposito sostengo che più si frequentano musiche di altri retaggi, altre grammatiche, meglio è: ho suonato tanta musica araba che aiuta molto nel comprendere le varie funzioni ritmiche delle percussioni. Il mio ruolo è proprio quello di mettere insieme queste funzioni ritmiche.
Laura. Quello che racconti è il panorama di una musica e di un sistema mentale che la sosteneva assai articolati e molto complessi. Culturalmente assai raffinati. Mi sentirei di sfatare il mito naïve di una musica semplice, piena di meraviglia e di stupore, come qualcuno erroneamente sostiene e divulga.
Lorenzo. È così e aggiungo una cosa. È una lotta anche contro la propria formazione. Noi siamo abituati a dover leggere la musica quando invece, più stimoli la memoria meglio è. L’elemento della scrittura è uno degli strumenti, non il fine. Per un musicista che si è formato, come tutti noi, alla trasmissione scritta del sapere è estremamente frustrante confrontarsi con un modo diverso, perché noi non ci riferiamo a una fonte diretta. È un lavoro molto complesso.
Laura. Cosa mi dici della situazione della musica antica in Italia. Dal mio punto di vista mi sembra che sia poco frequentata.
Lorenzo. Purtroppo è così soprattutto per le percussioni storiche, che vengono viste quasi come uno strumento-giocattolo, elemento di spettacolo che può strappare applausi, elemento quasi folcloristico. Questo è effetto delle corte vedute e della scarsa lungimiranza odierne. Voglio spiegarti un concetto importante. C’è una perdita della grammatica comune. Cito Luciano Berio che in una trasmissione della rai anni settanta dal titolo “C’è musica e musica” diceva che nella musica antica esisteva una grammatica comune, vale a dire che con la stessa grammatica, con lo stesso tipo di teoria, con lo stesso tipo di studio, di approfondimento, un musico dei tempi poteva scrivere di tutto: una canzonetta, un mottetto, una danza, un madrigale, una messa; poteva scrivere tutto, dalla grande semplicità alla grande complessità.
Laura. Dato il tuo profilo internazionale mi racconteresti brevemente cosa succede all’estero?
Lorenzo. All’estero, soprattutto in centro Europa, (Germania, Olanda, Spagna, meno in Francia) ci sono diversi volti che riguardano la musica antica anche come studio di ciò che si è prodotto in quella determinata area geografico-culturale. Mi lascia di stucco il fatto che le nostre piccole nicchie di eccellenza, come per esempio laReverdie, guidate da persone che hanno fatto la storia della musica antica in Italia in maniere diverse ma sempre eccelse, siano poco note rispetto a ensemble internazionali, belgi e olandesi, per esempio, che producono un cd di musica antica italiana e hanno immediatamente molta più risonanza. Il repertorio antico italiano è molto quotato all’estero, per la sua bellezza e complessità, da noi molto meno.
Chiudiamo la conversazione a malincuore, è già trascorsa un'ora e non si può andare oltre, Lorenzo studia e suona da un capo all'altro d'Europa e oltre, è sempre appassionatamente dentro la musica. A maggior ragione lo ringrazio per il tempo prezioso che mi ha dedicato. La conversazione ha mostrato importanti e chiari costrutti culturali e mi ha rinforzata nel proposito di uscire da quei luoghi comuni che vorrebbero proporci la Early Music come un mondo lontano, arcaico, semplice, che può solo indurci un senso di stupore piuttosto naïve. La figura dell'artigiano contemporaneo che D'Erasmo propone ci sollecita a ritornare tutti, professionisti e amatori, a quell'autentico spirito di ricerca, di studio e di approfondimento che la Musica merita. Ma direi anche: che la Cultura merita. Noi che amiamo la Musica così intensamente dobbiamo sostenere e diffondere l'invito a viverla con il rispetto che questa arte raffinata merita. Non ci sono scorciatoie: occorre studiare e lavorare con passione. Il risultato, anche solo a livello individuale, sarà quello di possedere una dotazione interiore di incommensurabile valore, fonte di gioia perpetua.
Laura Mazzeri