L’urlo di mezza estate: la Musica non è uno spettacolo circense
Chi mi legge sa che uso pubblicare una sola notazione al mese, e questo accade per due motivi. Quando identifico un tema di interesse mi metto in ricerca e studio, proprio nella logica e nello spirito del Commonplace rinascimentale e delle sue versioni successive. Quando ritengo di avere le idee abbastanza chiare individuo il filo rosso del mio sentire e pensare e solo allora scrivo.
Ed ecco il secondo motivo. Chi legge potrebbe essere ugualmente sospinto a riflettere in modalità di ricerca e di interrogazione in base agli interessi personali. Questo è il mio personalissimo auspicio rispetto al potere trasformativo della lettura e della scrittura riflessive.
Ma oggi la questione è diversa e questa nota rappresenta un’eccezione. È uno sfogo argomentato, ma pur sempre di carattere immediato. Me lo concedo e, nel caso dovessi scrivere qualcosa che non convince i miei lettori musicisti esperti, invito a scrivermi per puntualizzare. Potrebbe scaturirne un dialogo proficuo.
Vado a cominciare.
Siamo nel cuore dell’estate - stagione che già mi predispone a un certo nervosismo di fondo - e come sempre si intensificano le manifestazioni musicali. Da qualche tempo però la cosa ha assunto un aspetto surreale. Per mostrarlo cito un’osservazione incontrata sul profilo social della musicologa, docente di Storia della Musica e scrittrice, Ersilia Abbadessa che così scrive e che gentilmente mi ha autorizzato a riprodurre:
Unpopular opinion.
Pianisti sospesi nell'aria, orchestre che suonano all'alba sul mare (quasi sempre Le quattro stagioni, eh), antichi anfiteatri dove si realizzano opere con orchestre gigantesche, cori ipertrofici e un numero di figuranti degno di Scipione l'Africano, violoncellisti piegati sul loro strumento su un picco delle Alpi... Sicuramente tutto molto suggestivo ma io temo questa corsa all'evento in cui l'oggetto d'arte (cioè ciò che viene eseguito) perde valore a favore di dove esso viene eseguito. Temo questa ricerca di luoghi iconici per "avvicinare il grande pubblico" tanto distratto da scuotersi solo in presenza dell'evento; temo anche la speranza (vana) di ritrovarselo come pubblico pagante in una normale sala da concerto, perché se crei l'evento "funambolico" per attirare il neofita, è come se gli dicessi che una Partita di Bach, una Sonata di Beethoven o Rigoletto non valga la pena ascoltarli senza la "splendida cornice".
Non lo si potrebbe dire meglio. Come siamo arrivati a questo punto?
Per questa notazione-sfogo di mezza estate non non mi sono documentata a fondo. Mi riferisco esclusivamente alla percezione personale, come musicista amatoriale pensante e attenta all’evoluzione dei fenomeni.
Il primo “evento” di cui venni a conoscenza anni addietro fu in seguito alla martellante promozione pubblicitaria dei concerti Candlelight, un format nato negli USA nel 2013, diffuso in Europa alcuni anni dopo e che divenne presto una moda anche in Italia. Pensando a quello che sarebbe accaduto nel decennio successivo, i concerti Candlelight sembrano quasi un inno alla sobrietà. In ogni caso furono l’inizio di una deriva al rialzo: lo sdoganamento della corsa sfrenata volta a inventare effetti speciali e specialissimi in nome dei quali ciò che si suona passa in secondo piano, per non parlare poi di come lo si suona, faccenda cruciale che, nella logica dei vari format spettacolari, cade addirittura in ultima posizione nella lista delle priorità.
Questa deriva è frutto di un’operazione dalla vista corta, una colpevole restrizione di prospettiva che sulla lunga contribuisce al depotenziamento delle capacità distintive del pubblico, già fortemente ridotte da decenni di mancata formazione scolastica seria intorno alle arti come linguaggi dotati di senso proprio a cui accostarsi con un minimo di competenza.
È indubbio che ciò che ispira la corsa sfrenata allo spettacolo sia motivato da mera contabilità di cassa, cosa che può soddisfare gli organizzatori nell’immediato ma che non crea il terreno giusto e fertile su cui costruire progetti destinati a durare nel tempo.
Poi c’è un’altra questione che, da ex insegnante, sempre mi sovviene quando mi confronto con qualsivoglia iniziativa: qual è il suo valore aggiunto? Quale potenziale formativo, estetico, trasformativo propone? Sono questioni per me cruciali data la mia formazione
L’incontro tra il compositore/esecutore e l’ascoltatore è il luogo altro in cui avviene un cambiamento trasformativo per entrambi. Ma l’incontro non può realizzarsi se il pubblico è totalmente impreparato a un’ascolto consapevole e se, parallelamente, il compositore/esecutore si esibisce con l’idea che tanto il pubblico non comprende. Così non c’è vero incontro e non c’è crescita. È la desertificazione dell’esperienza artistica.
Non c’è bisogno che sia proprio io a doverlo ribadire ma lo faccio ugualmente: per attrarre il pubblico non servono fuochi d’artificio, camminatori sulle acque, immersioni sensoriali in 3D e schermi giganteschi, tutti escamotage che riducono la musica a spettacolo circense. Per attrarre pubblico, quello che tornerà a teatro o nelle sale da concerto come splendida e necessaria abitudine, bisogna assumere una visione di prospettiva: educare giovani e giovanissimi alla bellezza della musica come linguaggio e come espressione meravigliosa della mente umana. Un’esperienza destinata a creare trasformazioni emotive e neuronali profonde se rivendichiamo e ci riprendiamo il diritto di stare lì, di fronte all’opera nella sua specifica natura, per poterne godere infinitamente.
Laura Mazzeri