Laura Mazzeri Commonplace Book

Le porte dell’estate

Quand’ero giovane il fatto di compiere gli anni a giugno mi sembrava promessa di ogni bene: più vita all’aperto, più occasioni di incontro, serate lunghe con una birra o un gelato (eravamo molto parsimoniosi per necessità e per mentalità), cene a casa dell’uno o dell’altra, con le finestre e i balconi aperti, l’Autan, infinite risate e quattro salti alla musica del momento. C’era lo studio e poi c’è stato il lavoro, il secondo più incerto del primo, ma nulla aveva il potere di offuscare quel senso di apertura vitale verso la bella stagione, climatica e della vita.

C’erano anche zone scure. Le inquietudini interroganti erano consustanziali alla nostra gioventù che è stata, principalmente, una globale forza di cambiamento individuale e collettivo. Ricordo infinite conversazioni di supporto, specialmente tra noi neo-donne della liberazione, per sostenerci nei momenti difficili, nei pianti, nelle delusioni e nei dolori. Ricordo quella particolare durezza di carattere, postura acquisita da una generazione che doveva trovare i propri modi radicali e definitivi per differenziarsi dalla precedente.

Eppure, quali che fossero le difficoltà, nelle luci e nelle ombre della nostra indomabile gioventù, le cellule si riproducevano a ritmo vertiginoso e solamente forme di malessere grave - le depressioni maggiori esistevano, come anche l’abuso di sostanze - avrebbero potuto frenare quell’impulso vitale.

L’estate apriva le porte. I più abbienti viaggiavano parecchio ma sempre in forme di scoperta del mondo con la minor spesa possibile e la maggiore aderenza ai luoghi e alle popolazioni. Io e alcuni amici eravamo estremamente parchi anche nei viaggi, c’erano pochi denari per chi, come noi, aveva preferito la libertà alle strettoie familiari, senza i privilegi di una salda base economica. Eppure non lo sentivamo come un peso. Era una coerenza, un punto d’orgoglio e una dichiarata sfida.

Poi è arrivata la lunga fase della costruzione adulta, o quantomeno del suo devastante inizio, quella situazione in cui non bastava esistere e sognare per sentirsi vivi. Quel ciclo lungo della vita che, per tutti noi, ha avuto inizio il giorno dopo la laurea: e ora che si fa?

Il mondo del lavoro ci ha costretti a un frustrante processo di adattamento che alcuni di noi avevano già percepito coniugando studio e lavoro. Studiavo, lavoravo, avevo relazioni importanti basate su grandi progetti, un matrimonio laico precocissimo e molto ideologico, celebrato in fretta e in povertà assoluta con scarpe da ginnastica, un vestito afgano preso al mercato e una merenda frugale. È finito tutto molto presto e molto male, come tutte le costruzioni ideologiche molto idealizzate.

Sono arrivati i periodi bui, la ricostruzione interiore, la necessità di nuove decisioni. Per noi, giovani donne della libertà pagata a duro prezzo personale, è arrivato il tempo di uno sguardo orientato alla concretezza. Se il mondo reale ci aveva disilluse, se la spinta ideale non aveva retto alla cosiddetta prova dei fatti, avevamo comunque una grande forza: quella che ci aveva accompagnate verso l’autodeterminazione. Avevamo anche un motore interno, mai completamente spento, la volontà di essere a modo nostro, come esseri umani e soprattutto come donne.

Abbiamo creduto ancora nella forza dell’impegno, nella coppia, in qualunque forma concreta questa diade si sia poi realizzata. Abbiamo avuto figli come progetto vitalissimo e grande cantiere educativo: non avremmo cresciuto i nostri bambini come eravamo stati cresciuti noi, senza intenzione, senza reale interesse, per mera abitudine, e soprattutto senza avere a cuore l’affascinante mondo di una nuova vita che cresce, si dispiega, si realizza in forme e modi differenti. Essere differenti, è stato proprio quello il punto, promuovere la differenza come risorsa, come garanzia di autenticità, come difesa da tutto ciò che ci aveva sempre oppressi e che ancora perdurava, ovvero l’enorme potere di annientamento del Bello e del Buono che l’essere umano si è sempre auto inflitto nelle forme più varie e sofisticate di efferatezza e di sprezzo dell’altro.

Avremmo amato i nostri figli per come sono e non per quello che avremmo voluto che fossero, sapendo che la sfida più difficile - ma anche quella più motivante - sarebbe stata quella di aiutare la crescita delle nuove ragazze e dei nuovi ragazzi. Un desiderio personale fortissimo e un compito educativo fortemente consapevole e intenzionale, a prescindere dal fatto di esserci riusciti, più o meno.

Con i figli le porte dell’estate assumevano nuove forme, nel magico e faticosissimo mondo dell’infanzia e della prima adolescenza. Estati di grandi solidarietà e vacanze condivise tra genitori; in particolare tra noi madri insegnanti le cui lunghe estati ci costringevano a essere molto creative sul piano delle soluzioni e delle alleanze strategiche, tra città bollenti, paesaggi montani piovosi, campeggi e casolari marini assolati, caldi e sfinenti. Anche in quelle circostanze eravamo fortissime e fiduciose, come se le vite nuove di cui ci sentivamo responsabili in prima persona avessero rigenerato la linfa vitale compromessa dalle precedenti delusioni storiche e dalle tragedie personali che molti di noi avevano attraversato.

Gli anni del tempo indaffarato sono passati in fretta ed ecco che, improvvisamente, anche quest'anno, a giugno, si riaprono le porte dell’estate, la mia sessantottesima. Percepisco fisicamente la vicinanza ai settanta, visualizzo la senescenza, immagino un ulteriore periodo di resistenza fisica e mentale nei confronti del tempo, inteso come consunzione. Cosa vedo? Cosa percepisco?

Avverto più che mai l’importanza del Tempo giusto, quello essenziale, preciso e adeguato a quel che sono.

Sento in modo pungente l’esigenza di nutrirmi di ciò che é bello, delle cose fatte bene, così rare da individuare in questo periodo di ignoranza diffusa, volgarità e caos.

Vedo con estrema chiarezza le difficoltà a cui i figli, ormai adulti, saranno sottoposti e mi auguro che il patrimonio di educazione intenzionale, che con così tanta passione abbiamo cesellato, possa rivelarsi valido nei cambiamenti prevedibili e imprevedibili di quest'epoca, anche in forme nuove e inaspettate dell’esistere.

Ascolto una voce interiore che mi chiede di essere presente ma anche un poco discosta da persone e cose, in una forma di equilibrio di preservazione della mente e delle mie residue risorse fisiche.

Penso al mio futuro esistere - per quanto possa durare - come occasione di una nuova r-esistenza, assai diversa da tutte le forme incarnate nella vita già trascorsa: sento ormai pochissimo il bisogno di auto affermazione, di costrutti fortemente assertivi, di certezze inconfutabili, dell'avere ragione agli occhi del mondo, tutti aspetti di quel tipo di esigenza che prendeva origine dalle mie radicali insicurezze e dal bisogno di essere vista. Ora sento solo il desiderio di un caldo e accogliente ascolto reciproco, con chi è in grado di sostenerlo, nella più totale e disarmata sincerità.

Sono enormemente grata a quelle pochissime persone che ancora si adoperano per costruire il Bello e il Giusto, non in senso morale e ideologico ma proprio nel senso della cura e della preservazione della parte migliore degli esseri umani.

Sono grata alla Letteratura e alla Musica, che mi nutrono generosamente, e sono parimenti grata alla Scienza che mi offre la possibilità di vivere ancora un poco.

Le porte di questa estate sono piuttosto strette a causa di particolari contingenze (personali e, direi, globali) ma sono anche socchiuse su una nuova e interessante prospettiva: come desidero modellare il mio Tempo, nonostante gli impedimenti del difficile presente?

È nella penuria che si formano i desideri più autentici.

Laura Mazzeri

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